Matteo Salvini (ImagoE)
Matteo Salvini (ImagoE)

A venti giorni di distanza Matteo Salvini e Giuseppe Conte si sono di nuovo affrontati, a muso duro, nell’aula del Senato. Il 20 agosto scorso Salvini ne uscì a pezzi. Il premier - quel giorno dimissionario - parlò per primo, con un discorso scritto, e quindi preparato con cura: e preparato per colpire con una durezza che non sapevamo gli potesse appartenere. Il leader della Lega accusò il colpo, e replicò in stato semi-confusionale: pensava di poter prendere parola dai banchi del governo, e invece fu fatto accomodare su quelli del suo gruppo parlamentare, da dove improvvisò un discorso frammentario, senza un filo conduttore, in definitiva fragilissimo. Ieri le parti si sono invertite, ma solo per ordine di apparizione: Salvini ha attaccato per primo, e Conte ha risposto. Nella sostanza, però, Salvini ha insistito sul tema del tradimento, un’accusa che pare insostenibile. Perché Conte - che a Salvini ha dedicato solo pochi minuti della sua mezz’ora di replica, liquidandolo con una frecciata ("arroganza e scarse cognizioni di diritto costituzionale") - ha buon gioco nel ricordare che è stato Salvini a tradire l’alleanza con il Movimento Cinque Stelle.

Questo è il punto debole che, per ora, continua a vedere Salvini perdente nel duello con il suo nuovo nemico. Si può infatti pensare quel che si vuole di questo governo, ma un fatto è innegabile: se Salvini non avesse aperto la crisi, oggi il Pd sarebbe ancora all’opposizione. E i reiterati tentativi di ricucire in extremis con Di Maio - offrendogli addirittura la poltrona di premier - rendono debolissimo Salvini anche quando reclama il diritto alle elezioni. 

Il Capitano non è morto, come qualcuno sostiene e magari si augura: ma nel tentativo di rimediare all’autogol di inizio agosto, continua ad accumulare errori su errori. Anche accusare Conte di essere "passato dalla rivoluzione a Renzi, Monti e Casini" non è una buona strategia: perché se un grande merito va già riconosciuto a Conte è proprio quello di aver chiuso la stagione del giacobinismo (e della violenza verbale) dei grillini. La rivincita, insomma, Salvini dovrà cercarsela su un altro campo.