Credo che gli italiani che hanno seguito in diretta tv il dibattito di ieri al Senato conservino nella memoria soprattutto un’immagine: lo stato di choc in cui si è trovato, alla fine, Salvini. Non è per infierire sui vinti (guai a farlo) ma la cronaca è a volte impietosa. Quando ha dovuto rispondere al discorso di Conte – una durissima reprimenda a lui dedicata – il leader leghista sembrava un pugile suonato. Il premier – senza mai alzare la voce, senza mai ricorrere a toni accesi e tantomeno all’insulto – lo aveva messo alle corde. E quando ha cominciato la sua replica, il leader della Lega è apparso confuso, disorientato, disordinato in un’esposizione nella quale si intrecciavano la riforma della giustizia e la Merkel, il diritto di votare e la denuncia dell’attaccamento alla poltrona, i sacri confini della patria e il cuore immacolato di Maria. 

Non un filo conduttore, non una strategia. Anzi: la patetica chiusa, quasi una supplica ai Cinque Stelle per "completare insieme le riforme", non era altro che una resa: o meglio, una disperata richiesta di armistizio. Gli applausi dei senatori leghisti – ripetuti senza logica ad ogni ventina di secondi – sono apparsi più come un tentativo di rianimare il capo che come sincera approvazione. 

Eppure. Eppure fino a poche settimane fa Salvini era il Capitano invincibile, che passava da un successo all’altro, destinato a prendersi il Paese. Eppure. Eppure quattordici mesi fa Giuseppe Conte era considerato una controfigura, un uomo senza o con poche qualità, una testa di legno nelle mani dei due Dioscuri Salvini e Di Maio. Per qualcuno, era una specie di Paperoga della politica; per tutti, un premier per caso. Già da tempo, in verità, Conte ha dimostrato di essere tutt’altro che uno sprovveduto. Ma ieri ha parlato da vero leader. È parso un gigante in un’Aula popolata da molte mezze figure e da qualche nano. Il suo discorso è stato lucido, incisivo, rispettoso, intriso di senso delle istituzioni: implacabile e appassionato, ma educato e moderato. L’ex sconosciuto professore di diritto ha giganteggiato non solo su Salvini, ma anche su molti tarantolati senatori del Pd i quali – quando parlava Salvini – son scesi ben al di sotto del livello del ‘barbaro’ che stavano ascoltando.

Non si infierisce sui vinti anche perché i vinti di ieri possono tornare, domani, vincitori. Anche Matteo Renzi, nel suo intervento, ha esibito ben altra stoffa. Fu dato per morto, e ora sarà forse centrale nella nascita di un nuovo esecutivo. Delle sue parole, ce ne sono alcune che speriamo vengano trattenute. Sono quelle rivolte ai Cinque Stelle. Furono loro a volere a palazzo Chigi l’avvocato del popolo che ieri ha parlato come un De Gasperi. Ma furono loro anche a prosperare per mezzo di piazze arrabbiate, di vaffa, di campagne di odio e pure di disprezzo per il Parlamento. Non se lo dimentichino se, come pare, resteranno al governo.