A che cosa serve la vita di un bimbo abbandonato in ospedale e condannato da una terribile malattia? È la domanda che ci urla, dalle corsie del Sant’Anna di Torino, un bimbo nato in agosto e chiamato Giovannino dai medici e dagli infermieri che l’hanno preso in cura. I suoi genitori – che pure avevano fortemente voluto diventare genitori: al punto di far ricorso alla fecondazione eterologa – non se la sono sentita di tenerlo. Non vanno giudicati. Non si giudica nessuno, tantomeno chi sta soffrendo e pensa di non farcela. 
Resta tuttavia la domanda inquietante e potente: a che cosa serve una vita così fragile e breve? Quale il suo senso?

La vicenda di Giovannino farebbe di primo acchito pensare a quella "cultura dello scarto" tante volte denunciata da Papa Francesco: ciò che non è forte e bello, ciò che non è corrispondente alle nostre aspettative, lo scartiamo cercando di dimenticarcene – di rimuoverne la presenza! – il più in fretta possibile. Eppure. Eppure non c’è solo questo. C’è anche il cuore, c’è la coscienza scossa di decine e decine – centinaia – di persone che si stanno offrendo, in questi giorni, di prendere con sé Giovannino, di portarselo a casa, e curarlo, amarlo tutti i giorni della sua vita, breve o lunga che possa essere. Mi ha colpito una cosa: fra chi si è offerto di prendersi Giovannino c’è il padre generale del Cottolengo, l’istituto che da quasi due secoli raccoglie tutto ciò che il mondo non può accogliere o addirittura rifiuta. Mi ha colpito perché dicono che san Giuseppe Agostino Benedetto Cottolengo ebbe l’ispirazione di fondare la Piccola Casa della Divina Provvidenza ascoltando il brano del vangelo di Giovanni sulla moltiplicazione dei pani e dei pesci. "Quando furono saziati", si legge in quel brano, "Gesù disse ai suoi discepoli: raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto". Altri traducono: perché neppure le briciole vadano disperse. Fu questo passaggio a convincere san Cottolengo che nulla, dell’umanità, doveva essere perduto, disperso. Giovannino è una briciola? Forse. L’ittiosi arlecchino – la rarissima malattia della pelle che lo ha colpito – probabilmente non gli permetterà di crescere. Ma "sorride", dicono i medici e gli infermieri, e la sua piccola vita è già servita a rendere migliori tutti coloro che, in queste ore, si stanno offrendo per accoglierlo. La nostra testa fatica a capirlo, ma è un miracolo anche questo.