ROMA

«LE OPPORTUNITÀ ci sono perché ci sono enormi capitali disponibili, ma non c’è dubbio che i cinesi hanno una potenza tale per cui la loro sarà comunque una politica di espansione. Potrebbero prendere il controllo di alcuni settori economici».

STrade, ferrovie, porti, le grandi autostrade informatiche. Comunque la si valuti, è una delle sfide decisive dei prossimi anni. Il gigantesco programma di investimenti infrastrutturali lanciato dalla Cina sotto il nome di «Via della Seta» (Belt and Road Iniziative) pone l’Occidente davanti a interrogativi enormi non solo in campo geo politico-economico ma anche giuridico. Per comprendere la portata delle opportunità ma anche dei rischi degli investimenti connessi alla nuova «Via della Seta» lo studio legale CMS ha condotto una ricerca coinvolgendo 100 senior executive di importanti società in tutto il mondo con interessi nella regione, il 40% dei quali lavora in gruppi statali o grandi società cinesi.

Una ricerca bidirezionale, quindi, per coglierne il sentiment. Non a caso se ne è fatto interprete CMS, una delle prime dieci law firm internazionali per numero di professionisti: 73 uffici sparsi in 41 Paesi, 7.500 professionisti e oltre 1.000 partner. E una consolidata presenza in Cina appunto con le sedi di Pechino e Shanghai. In Italia CMS ha uffici a Milano e Roma e conta su oltre 130 fra professionisti e collaboratori.

Si sta parlando molto della ‘Via della Seta....

«Ma la sua applicazione è fluida. – spiega l’avvocato Pietro Cavasola, partner di CMS e responsabile del dipartimento Corporate M&A in Italia - Gli accordi sono ancora molto blandi. Come spesso accade, i cinesi partono da lontano con grandi principi generali facili da accettare salvo poi andare in maniera più incisiva nel particolare».

Intanto emerge un comune denominatore...

«Tutti gli investitori - cinesi e non - sono positivamente interessati».

Ma quali sono i settori privilegiati dai cinesi?

«Fin qui - spiega l’avvocato Cavasola - si sono sempre interessati a grandi lavori infrastrutturali come l’acquisizione del porto del Pireo (ora si parla di interesse anche per i porti italiani). Il secondo settore è quello delle energie rinnovabili. Poi la tecnologia con il tema recente di Huawei ad esempio».

C’è subito uno snodo: i singoli Paesi hanno capacità di recepire questi investimenti?

«Se un Paese non è molto aperto nel decidere nuove infrastrutture non sarà facile attrarre gli investimenti. In Italia è un tema abbastanza attuale e comprensibile».

E c’è un risultato della ricerca che lo conferma: la stragrande maggioranza degli intervistati individua in Asia e Africa i maggiori catalizzatori degli investimenti.

«Né l’Italia né l’Europa occidentale nel loro insieme sono visti come Paesi principali».

Non è un caso che i rischi maggiori percepiti dagli investitori siano di tipo legale e politico. Di certo, uno degli scogli maggiori è anche il quadro legale completamente diverso: per il 95% degli intervistati la due diligence è ritenuta prioritaria.

«Il primo rilevante problema per chi delocalizza in Cina è sicuramente la tutela della proprietà intellettuale che adesso è al centro della tensione tra Usa e Cina. In Cina poi la costituzione è essenzialmente un documento di indirizzo politico, non c’è un organo che controlli la legalità delle leggi. Non esiste nella Costituzione il principio della divisione dei poteri, è un sistema autoritario con il potere in mano al partito comunista. Va però sottolineato che nel 2020 o 2021 dovrebbe andare in porto il primo elemento di convergenza, l’approvazione del codice civile che dovrebbe essere ispirato al modello del nostro sistema codicistico, di provenienza del diritto romano».

Si può parlare di un diritto europeo per affrontare in maniera unitaria la sfida cinese?

«Giusto che ci sia un approccio europeo perché i cinesi alla fine tendono a prevalere (hanno già conquistato l’Africa e probabilmente vogliono estendere la loro area di influenza). Noi non abbiamo la forza economica e politica per resistere da soli a una potenza mondiale così forte. Si potranno fare accordi specifici, ma non penso si potrà mai stabilire una normativa comune».