Operai cinesi al lavoro (Ansa)
Operai cinesi al lavoro (Ansa)

Roma, 12 marzo 2019 - La 'Nuova via della Seta', un ambizioso progetto più sulla carta che nella realtà, è già riuscita a spaccare il governo. Ma cos'è esattamente la Belt and Road Initiative (Bri), il programma cinese di investimenti infrastrutturali che vuole oscurare il Piano Marshall, mettendo sul piatto mille miliardi di dollari, ovvero sette volte tanto quanto stanziato dagli americani alla fine della Seconda guerra mondiale?

IL PROGETTO
C'è subito da chiarire che non esiste una definizione ufficiale. La Bri è stata lanciata dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013, ma molto spesso vengono fatti rientrare al suo interno progetti che sono partiti anche diversi anni prima. Il marchio, oltre alle infrastrutture, è stato utilizzato per sfilate di moda, maratone e addirittura per sensibilizzare le persone sull'importanza dell'igiene dentale. Per questo motivo e per la poca trasparenza da parte di Pechino è molto difficile definire il progetto. Anche il sito web dedicato alla Bri è vago e non presenta una lista dettagliata di tutte le operazioni che il governo cinese intende intraprendere. Secondo il Centro di studi strategici e internazionali, un osservatorio Usa, al settembre del 2018 erano stati finanziati 173 progetti nominalmente collegati in alla Bri in 45 Paesi.

LA MAPPA

La Nuova via della Seta (Ansa Centimetri)
Secondo i funzionari cinesi, la Nuova via della Seta dovrebbe reggersi su sei grandi corridoi internazionali. Il primo è quello con il Pakistan (la sigla ufficale è Cpec), poi c'è quello che attraversa Bangladesh, India e Myanmar (Bcimec). Il terzo prevede la partecipazione di Iran, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turchia, Turkmenistan e Uzbekistan (Ccwaec). Il progetto che coinvolge Cambogia, Laos, Malesia, Thailandia, Myanmar e Vietnam è il Cicpec. Il quinto asse è con Russia e Mongolia (Cmrec), mentre la sesta colonna è quella che riguarda l'Europa (Nelb). Oltre a progetti per migliorare la viabilità (via mare e via terra) verrebbero finanziate anche le infrastrutture tecnologiche, per garantire più velocità alle comunicazioni.

IL RUOLO DELL'ITALIA
Nei giorni scorsi, il nostro governo ha annunciato che potrebbe ufficialmente aderire al progetto cinese. Se dovesse farlo, si tratterebbe del primo membro del G7 a schierarsi con Pechino. Tra dieci giorni, quando Xi Jinping sarà in visita a Roma, il premier Giuseppe Conte potrebbe firmare un memorandum di intesa col Dragone, unendosi così al gruppo europeo formato da Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Grecia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Slovenia. A questi tredici Paesi potrebbe presto aggiungersi il Lussemburgo, che come noi sta trattando con il governo cinese.

LE NUOVE INFRASTRUTTURE NEL NOSTRO PAESE
Secondo le indiscrezioni, la Cina è pronta a proporre investimenti nel porto di Trieste e cooperazione nello sviluppo di strade, ferrovie, ponti, aviazione civile, energia e telecomunicazioni. Pechino proporrebbe inoltre sinergie con i progetti infrastrutturali europei come le TEN-T, di cui fa parte anche la Tav, e una cooperazione rafforzata nel settore dell'elettricità tra la State Grid Corporation of China e Terna.

I TIMORI INTERNAZIONALI
Giappone, Regno Unito e America hanno detto a chiare lettere di non gradire la Bri. La Ue ha ammonito l'Italia e l'ha invitata a controllare bene gli accordi. Washington è decisamente preoccupata per quanto riguarda le attività delle aziende tecnologiche cinesi. Nel mirino è finita Huawei, maggiore sponsor della Nuova via della seta digitale. Ciononostante, il colosso delle telecomunicazioni nel quarto trimestre del 2018 ha firmato accordi per sviluppare la rete 5G con operatori spagnoli e portoghesi. Su queste intese la Casa Bianca ha storto il naso, perché ritiene che così il governo di Pechino potrà avere un accesso indiscriminato ai dati sensibili degli utenti.

LA POSIZIONE DEI NOSTRI PARTITI
Rispetto alla Tav, l'altro grande progetto infrastrutturale che coinvolge l'Italia, le posizioni del governo sono rovesciate. La Lega, infatti, predica prudenza, mentre i 5Stelle sono pronti ad abbracciare il Dragone. Nei mesi scorsi il vicepremier Luigi Di Maio si è addirittura paragonato a Marco Polo, sottolineando l'importanza di aprire un canale diretto con la Cina. “L'intesa avvicinerà la Cina agli standard di trasparenza occidentali”, ha sottolineato Conte per rassicurare gli alleati, escludendo ritorsioni delle agenzie di rating americane. Oggi il ministro dell'economia, Giovanni Tria, ha provato a minimizzare: "Si sta facendo credo una gran confusione su questo accordo, che non è un accordo, è un Memorandum of understanding", ha detto. "Credo che si stia facendo un po' una tempesta in un bicchier d'acqua", ha aggiunto. Confindustria ha chiesto al nostro governo di andare avanti sulla Bri, “ma senza arrivare a strappi con i partner strategici tradizionali come gli Stati Uniti e l'Europa”.