Esistono tante agricolture distribuite in altrettanto variegate forme di impresa, in Europa come in Italia, le cui dimensioni spesso sfuggono al lettore ma che servono a dare idea di quale patrimonio economico e culturale stiamo parlando. Gli ultimi dati Istat ci informano per esempio che, accanto a imprese agricole totalmente inserite nel mercato agribusiness, ad alto impiego di capitali e tecnologie, e fortemente impegnate nel mercato internazionale, prevale un modello di piccole e piccolissime fattorie, distribuite in tutto il territorio ma con grande prevalenza dell’alta collina e montagna. Queste micro imprese, per lo più a prevalenza familiare (più dell’80%), si sostengono grazie ad un’agricoltura multifunzionale, al part time dell’agricoltore, alla coltivazione di prodotti orticoli e frutta, carni e formaggi, vino e olio ed hanno la preziosa funzione di presidiare il territorio contrastando l’abbandono, il degrado del suolo ed il conseguente rischio di dissesto idrogeologico. In Italia, su oltre un milione e centomila aziende censite, quasi la metà, 469mila, è condotta da agricoltori sopra i 65 anni, mentre le aziende gestite da giovani sotto i 35 anni sono appena 50mila circa. Eppure il contributo di queste imprese, oltre all’attività di presidio del territorio, è stimato pari a quasi un terzo della produzione agricola totale e copre più di un quarto della superficie agricola italiana.

Non esiste, nell’Unione Europea e nel nostro ordinamento, una specifica forma di tutela di questo tipo di agricoltura, se non la qualifica di coltivatore diretto che non è tuttavia legata alle dimensioni aziendali. Sarebbe davvero preziosa una legge specifica che riconoscesse il contributo di queste particolare attività contadine e le proteggesse. Vi sono alcune proposte di legge alla Camera ma l’iter appare ancora lungo e, come spesso accade, altre emergenze rischiano di spostare le priorità.

Davide.gaeta@univr.it