di Achille Perego

Prima si diceva che non c’erano i soldi. Adesso i soldi sono arrivati come "manna dal cielo" da un’Europa solidale e interventista che ha rimosso il rigorismo e guarda più alla ripresa che all’austerity. Ma se l’Italia non saprà "riformare e ammodernare il Paese dovrebbe cospargersi il capo di cenere e vergognarsi". Marco Fortis (nella foto tonda), economista, docente di Economia industriale e commercio estero all’Università Cattolica e direttore della Fondazione Edison, non ha dubbi che i 209 miliardi destinati all’Italia dal Recovery Fund (e oltre 80 a fondo perduto) rappresentino la più grande opportunità del secolo. Che non possiamo perdere per sostenere la ripresa economica del dopo-Covid.

"L’Europa non ci ha lanciato una scialuppa per salvare solo cento persone ma i salvagenti per 60 milioni di italiani. Per questo dobbiamo tirare fuori gli artigli, dire basta alla bassa cucina della politica e sperare che questo governo, questa legislatura, non si lasci sfuggire questa occasione storica".

In attesa che in autunno il governo presenti alla Commissione Ue il piano per l’utilizzo dei fondi (comprese le riforme auspicate da Bruxelles) c’è già però chi pensa alla spesa corrente e a provvedimenti più elettorali, per esempio abbassare le tasse?

"Non c’è dubbio che si dovrà fare una riforma fiscale complessiva, affidandola a persone di alto profilo (pensiamo a quella di Vanoni) ma non è questa oggi la priorità. Lo spazio era quello dei piccoli aggiustamenti che sono stati fatti per sostenere i consumi delle famiglie migliorando, anche tecnicamente, il bonus di 80 euro. Adesso non è il momento di rischiare di creare squilibri fiscali".

Invece?

"Bisogna pensare di ripartire con gli investimenti per affrontare l’emergenza occupazione con 600mila posti persi a maggio rispetto a un anno prima. E sapendo, come ha con pertinenza avvertito il presidente di Confindustria Carlo Bonomi, che non si può rimandare alle calende greche l’inevitabile incontro tra domanda e offerta di lavoro. Se viene artefatto il meccanismo, con il blocco dei licenziamenti, si creano sacche di apparente occupazione ma prima o poi i nodi delle crisi del turismo, del commercio, della manifattura, verranno al pettine".

Come si può ripartire creando posti di lavoro?

"I posti di lavoro possono essere veramente realizzati attuando, finalmente, e come ci chiede anche l’Europa, un ampio piano di riforme partendo dal settore pubblico, che comprende anche la scuola e la giustizia. In particolare è prioritaria la digitalizzazione della Pubblica amministrazione, aggredire le sacche di inefficienza e rimuovere quel meccanismo di blocco, quell’impasse burocratico, che frena le opere".

Saremo in grado di farlo?

"La modernizzazione delle reti infrastrutturali digitali del Paese è fondamentale e ci sono soggetti (penso agli esempi in questo senso di Poste Italiane e Inps e alla presenza di significative realtà come Telecom e Open Fiber) che hanno già dimostrato di poter contribuire all’innovazione tecnologica. Del resto, dobbiamo sapere che il recupero del Pil perso con la pandemia, e quindi la ripresa, possono essere spinti dai consumi sia interni, sia esterni. Il turismo estero, per esempio, è fermo e l’emergenza Covid ha modificato i comportamenti sociali con evidenti effetti sull’economia. E qualche piccola iniezione di liquidità alle famiglie certo da sola non è sufficiente per accelerare la ripartenza".

In quali altri settori, oltre a quello digitale, andranno investiti i fondi europei?

"In un piano straordinario per le infrastrutture. La diffusione in tutto il Paese dell’alta velocità ferroviaria, le comunicazioni stradali, i porti. Non è possibile che l’Italia, al centro del Mediterraneo, abbia ancora approdi dove non possono attraccare le grandi navi e la politica portuale nazionale resti affidata all’estro di qualche commissario! Ma c’è anche il capitolo dell’efficientamento energetico e dell’economia green. Tutti interventi che richiedono l’apporto delle professionalità ingegneristiche, tecnologiche, informatiche, di cui l’Italia dispone e che creano posti di lavoro. Quelli che non possiamo più pensare di aumentare i supermercati".

Riforme e infrastrutture avranno una ricaduta positiva anche sulle aziende italiane?

"La Fondazione Edison ha stimato che l’Italia si colloca nei primi cinque posti al mondo per migliore bilancia commerciale ed export per circa 500 prodotti più o meno collegati, con le filiere produttive, all’impatto del Recovery Fund sia per la domanda interna sia per quella degli altri Paesi europei. Siamo leader o co-leader mondiali in molti beni, tecnologie e processi produttivi legati in modo diretto o indiretto alle costruzioni, alle ristrutturazioni edilizie e all’arredo della casa, alle opere pubbliche infrastrutturali, a cominciare dalle reti stradali e ferroviarie, quelle portuali ed energetiche fino al digitale, l’ambiente, le opere antisismiche e quelle contro il dissesto idrogeologico. Tutti settori che farebbero viaggiare a pieno regime le nostre fabbriche".