In questi mesi stiamo assistendo a un evento che la generazione post bellica non ha mai nemmeno immaginato. La domanda più importante e la cui risposta nessuno vuole sentire è: "Siamo pronti?", "Eravamo pronti?" e “Saremo pronti?". La risposta, a mio avviso, è molto semplice: no. La distonica produzione normativa ci conferma che il nostro Paese non era pronto, ed ha reagito nell’unico modo che conosce: fiumi di parole, mille decreti, provvedimenti di Governo, Regioni, Comuni, Prefetture, circolari di ogni genere. Credo che per un periodo non inferiore a un anno le imprese dovranno ripensare all’utilizzo degli spazi e dei luoghi di lavoro, agli orari e alle turnazioni, alla sicurezza e salute nei luoghi di lavoro. Perché la ripresa delle attività dovrà avvenire nel rispetto di regole che saranno tese a evitare il contagio e la formazione di focolai. Potremmo immaginare, però, che queste regole prenderanno forma attorno al Protocollo Governo-parti sociali, protocollo che a questo punto potrebbe diventare strutturale.

Non c’è tempo, non si può aspettare e farci cogliere di nuovo impreparati. Avremo da affrontare effetti che deriveranno da due diverse situazioni. La prima sarà la conseguenza della crisi economica mondiale che necessiterà di strumenti eccezionali; la seconda sarà determinata dalle scelte imprenditoriali che verranno fatte per adeguare l’organizzazione al nuovo modello di ‘fare impresa’. La seconda è la più difficile poiché per affrontarla occorrerà cultura, formazione, nuove regole, nuovi contratti, nuove leggi. Sarà compito delle parti sociali promuovere una reale riorganizzazione del lavoro

(*) Giuslavorista e founder LabLaw