Robot e algoritmi piacciono alle aziende ma spaventano i lavoratori. Una nuova frattura tra «tecno-entusiasti» e «tecno-rassegnati» che rischia di mandare in cortocircuito le relazioni aprendo le porte a «una nuova lotta di classe». A lanciare l’allarme è il Rapporto sul welfare aziendale di Censis ed Eudaimon. Lo studio stima che sono sette milioni gli italiani che hanno paura di perdere il posto a causa degli avanzamenti della tecnologia. Ma anche tra i lavoratori c’è una polarizzazione: già oggi chi trova occupazione nei settori hi-tech guadagna il doppio degli altri. In un mondo dove le disuguaglianze non fanno che crescere il welfare aziendale può inserirsi per «mitigare» i divari, propone il Rapporto.

La speranza dei lavoratori per un futuro migliore è collegata agli strumenti che possono rafforzare il benessere in fabbrica o in ufficio. Tanto che per due su tre il welfare aziendale alza la qualità della vita, Ma a che punto è l’Italia? Dalla ricerca emerge come il 52,7% dei contratti aziendali e territoriali ha misure di welfare. Una percentuale in crescita (nel 2018 era il 46,1%). La maggioranza dei lavoratori poi resta favorevole alla trasformazione degli aumenti in busta paga in servizi, dalla sanità ai fondi pensione, dagli asili nido ai rimborsi per l’abbonamento in palestra. La varietà delle opzioni di welfare aziendale può però, si fa notare, distrarre. Ciò, unito alla scivolosità dei nostri tempi, ha fatto sì che gli incerti decollassero (quasi uno su quattro). Una situazione che potrebbe depotenziare lo strumento.

Ecco l’appello affinché il welfare aziendale definisca i suoi «confini», spingendo fuori i «benefit fini a se stessi». L’obiettivo deve essere chiaro: «dare più sicurezza» ai lavoratori in una fase in cui si sentono minacciati dalla tecnologia. Basti pensare che un operaio su due teme per il proprio impiego mentre le aziende vedono nel digitale il futuro: il 97% si aspetta maggiore produttività. Secondo la ricerca, il 70% dei lavoratori (il 74% degli operai) teme un futuro di riduzione di redditi e di tutele sociali. Per il 58% (il 63% tra gli operai) si guadagnerà meno di oggi, mentre per il 50% dei lavoratori intervistati si avranno minori tutele, garanzie e protezioni. Un pessimismo quello relativo alla minor protezione sociale attesa che restano più elevate tra dirigenti e quadri (54%), operai (52%) e impiegati (49%). Forte , si evince ancora dai dati Censis, è anche il timore di nuovi conflitti in azienda: per il 52% dei lavoratori (il 58% degli operai) sarà più difficile trovare obiettivi comuni tra imprenditori, manager e lavoratori.

Il consigliere economico del ministero dell’Economia, Marco Leonardi, spiega come l’impatto dell’automazione si faccia sentire oggi soprattutto su chi ha «redditi medi», oltre agli operai anche gli impiegati e i bancari.

Per il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo, bisogna intervenire per salvaguardare l’occupazione nei settori che stanno rimpiazzando le braccia e le teste con i robot. «Ridurre l’orario di lavoro senza tagliare le retribuzioni – la sua ricetta – I lavoratori hanno già pagato lo scotto con la globalizzazione. Ora bisogna governare l’innovazione tecnologica, altrimenti ci saranno solo lavori meno pagati e ancora più precarizzati».

Intanto, suggerisce l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, si dovrebbe «indirizzare il welfare aziendale sui grandi temi: come la sanità integrativa e la previdenza complementare».