di Monica Pieraccini

Già negli anni Ottanta utilizzava i robot per automatizzare la levata di vetro fuso dai forni. Ma poi è andata controcorrente. Mentre le altre aziende del settore introducevano i macchinari, Nuova Cev, cooperativa toscana con sede a Empoli, tornava a valorizzare il saper fare dei maestri vetrai. Ed è proprio questo che ha salvato l’azienda dalla concorrenza dei cinesi, che hanno copiato gli strumenti per realizzare i cristalli industriali, ma non hanno potuto copiare la bravura degli artigiani.

"Siamo una mosca bianca – spiega il presidente Andrea Falaschi (nella foto a destra) – perché continuiamo a fare dei prodotti unici, coniugando innovazione con tradizione". Una tradizione iniziata con Cev, l’azienda nata nel secondo dopoguerra che faceva vetro e che prima di cessare l’attività aveva iniziato ad esplorare il mondo del cristallo. Fu la prima a sperimentare nuove tecniche di produzione, come appunto il robot levavetro o le macchine a stampaggio semi-automatico. Poi, dal 1987, Nuova Cev ha messo da parte le macchine per puntare sulle maestranze e sul cristallo. E anche questo ha fatto la differenza e ha consentito alla cooperativa non solo di superare la crisi del settore, iniziata attorno al 2005, ma di crescere e svilupparsi.

Nuova Cev, che conta oggi 32 persone tra soci e dipendenti, lavora sopratutto sul mercato nazionale, con aziende che però sono grandi esportatrici. "All’inizio abbiamo cercato di imporre il nostro marchio, ma ci siamo resi conto che per continuare a vivere dovevamo fare i contoterzisti di grandi marchi. Ed è quello che facciamo ancora oggi. I nostri cristalli – prosegue Falaschi – si trovano ovunque nel mondo. Per oltre trent’anni la gioielleria Tiffany è stata nostra cliente. Abbiamo fatto le maniglie allo storico Caffè Paszkowski di Firenze. I cristalli che compongono i lampadari degli hotel di lusso di tutto il mondo sono realizzati da noi".

Vasi, calici, perfino porta fazzoletti di carta. I maestri vetrai di Nuova Cev sono in grado di fare qualsiasi cosa: restauri di opere d’arte, placche per interruttori, la riproduzione in scala del David di Donatello. Qual è la ricetta per un cristallo perfetto? Si prende una fabbrica che ha dei forni fusori la cui la temperatura può raggiungere i 1.400 gradi e dentro i forni si mette una miscela, a dosaggio segreto, di silice, ossido di piombo, carbonato di sodio, carbonato di potassio, nitrato di potassio, borace pentaidrato, antimonio triossido e vari altri componenti, anch’essi segreti. Dopo qualche ora il cristallo trasparente è pronto per essere lavorato. Può essere colorato, il resto lo fanno i vetrai che con le canne in acciaio da levata lo estraggono a poco a poco alla temperatura media di 1.200 gradi, per poi lavorarlo a pressa, soffiato e a mano libera.

Quest’anno l’azienda è stata premiata per la ‘tripla camicia’: grazie ad una particolare lavorazione vengono assemblati a caldo, a comporre un unico oggetto, tre strati di cristallo di diversi colori. Una cosa mai vista prima. "Non almeno in Italia. Siamo gli unici a farlo", afferma Falaschi, che ricorda come per questo l’azienda abbia conquistato il primo posto al premio Primavera d’Impresa. "Grazie al premio potremo implementare la nostra promozione, farci conoscere, ma soprattutto impostare una nuova linea di prodotti green su cui intendiamo investire. La nostra prossima sfida, infatti – annuncia il presidente – sarà produrre un cristallo ecologico con scarso tenore di piombo oppure, se riusciamo a spingerci oltre, addirittura senza piombo. Stiamo infatti studiando una formula chimica che ce lo consenta". Il che porterebbe Nuova Cev a recuperare alcune fette di mercato, come quello statunitense, sensibile a questo tema rispetto, soprattutto, all’uso di bottiglie di cristallo per conservare liquori. "Sarebbe un vantaggio anche per noi, che maneggeremo meno piombo, anche se nessuno in azienda – tiene a sottolineare il presidente – ha problemi di salute legati a questo". Anzi, Nuova Cev è green da sempre, attenta al benessere dei dipendenti e dell’ambiente.