BOLOGNA

DIDIER Saint-Georges, managing director e membro del Comitato investimenti di Carmignac (uno dei principali protagonisti europei nel settore della gestione di asset finanziari), fa il punto sullo stato dell’economia mondiale.

Quali sono le prospettive per l’economia mondiale?

«L’economia mondiale ha iniziato a indebolirsi nel 2018. La crisi è iniziata in Cina, seguita poi dal crollo dell’Europa. All’inizio, l’economia statunitense ha mostrato molta resilienza, in primo luogo grazie alla politica fiscale favorevole promossa dal presidente Trump, ma anche perché l’economia statunitense è molto meno esposta ai mercati emergenti e al livello di attività della Cina rispetto a quella europea. Inizialmente, il rallentamento della Cina è stato autoimposto (il presidente Xi Jinping puntava a ridurre il livello del debito del sistema finanziario cinese), ma in seguito si è aggravato per via delle tensioni commerciali con gli stati Uniti. Tuttavia, oggi il ciclo è andato avanti. L’economia cinese ha beneficiato di un programma di stimolo avviato nei primi mesi del 2019. Tuttavia, da quel momento in poi, abbiamo assistito a un incremento delle pressioni commerciali da parte degli Stati Uniti, tanto che l’economia di Pechino si sta a malapena stabilizzando, e potrebbe essere necessaria l’introduzione di un un nuovo programma di stimoli per far sì che la crescita dell’attività cinese

mantenga lo stesso ritmo».

E l’Europa?

«Questi eventi hanno un impatto diretto sull’Europa. All’inizio dell’anno sembrava che l’Europa avrebbe beneficiato della ripresa della Cina, trainata dagli stimoli fiscali. Adesso l’Europa può solo sperare in una stabilizzazione, a condizione che l’impatto delle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina stanno provocando a livello globale non sia troppo penalizzante. Ovviamente, il rischio nel quale può incorrere il ciclo economico europeo è di avere un’economia che si trova nella parte bassa del ciclo e che quindi potrebbe essere esposta a qualsiasi ulteriore debolezza, fino a una ricaduta nella recessione. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il paese inizia a subire l’impatto del ciclo economico globale, con la crescita in rallentamento».

Qual è la sua opinione delle politiche di Trump? 

«La politica di Trump è protezionista, volta a favorire il settore manifatturiero statunitense. Nel breve termine, questo può incrementare la sua popolarità nel paese. Tuttavia, nel medio termine è una politica per molti versi autolesionista: le interruzioni delle catene di approvvigionamento danneggeranno le multinazionali statunitensi che hanno tratto grande beneficio da molti anni di globalizzazione. E, cosa importante, proteggerà le industrie tradizionali (acciaio, automotive, ecc.), fattore che è efficace dal punto di vista politico ma che non si concentra sulle sfide molto più strategiche del comparto tecnologico. L’attacco a Huawei comporterà misure di ritorsione, che non si tradurranno in supporto per i leader tecnologici statunitensi nel lungo termine».

Consigli a un investitore?

«Oggi un portafoglio dovrebbe essere relativamente equilibrato tra obbligazioni a basso rischio con un certo rendimento, come i bond sovrani statunitensi, e quelli semi-core europei o alcune obbligazioni corporate molto selezionate, e azioni growth di alta qualità. Il punto chiave da tenere in considerazione è che l’economia non si riprenderà rapidamente in tempi brevi. Siamo entrati in un lungo periodo di crescita lenta e con cicli più corti e meno pronunciati: in questo contesto di scarsa crescita e bassa inflazione, le azioni delle società capaci di generare una crescita visibile degli utili saranno scambiate con un premio. E a seconda della tolleranza dei singoli investitori alla volatilità, il rischio azionario complessivo dovrebbe essere moderato».

Opinioni sulle valute?  

«Finché la politica di Trump supporta l’economia degli Stati Uniti rispetto a quella del resto del mondo, è probabile che il dollaro rimanga forte. Tuttavia, quando le misure protezionistiche cominceranno a diminuire e la Fed sarà costretta a ridurre i tassi di interesse per sostenere l’economia statunitense, il dollaro potrebbe indebolirsi materialmente. Oggi è probabilmente più ragionevole limitare i rischi valutari».

Siete attualmente esposti in Italia o no, data la situazione attuale?

«I nostri fondi presentano diversi livelli di esposizione ai titoli di Stato italiani, caratterizzati da spread notevoli rispetto ai Bund e, al contempo, da rischi legati alla volatilità che dipendono dal tono delle future negoziazioni con la Commissione Europea».