SE NON AVESSE risvolti drammatici potrebbe sembrare grottesca la recente decisione di applicare, da parte degli Stati Uniti, una serie di dazi che potranno colpire importanti filiere dell’economia europea e specificatamente alcuni settori del sistema agroalimentare italiano. Molto è già stato scritto in proposito ma forse ricostruire i temi del contendere aiuta a capire la complessa vicenda. Come noto la definitiva decisione non è ancora stata promulgata, anche se appare come una formalità. Tanto che è già stata presentata pubblicamente la lista dei prodotti soggetti a futuri dazi la cui entrata in vigore è prevista per il 18 ottobre. Tutto nasce dall’accusa statunitense, iniziata nel lontano 2004, di aver favorito, da parte dell’Ue, con sovvenzioni, la società Airbus. Dopo ,15 anni, dunque, il 2 ottobre l’Organizzazione del Commercio Internazionale (Wto) si è pronunciata sulla questione a favore degli Usa, affermando che gli aiuti di stato europei ad Airbus hanno falsato la concorrenza nuocendo alle vendite di aerei civili della Boeing (Usa) ed ostacolandone le esportazioni verso alcuni mercati. La sentenza promulgata stabilisce in 7,5 miliardi di dollari il valore delle contromisure che gli Usa possono richiedere nei confronti dell’Unione europea e di alcuni Stati membri. Da qui nasce la nota lista che oggi circola dove vengono colpiti gli aerei commerciali prodotti da alcuni Paesi europei con un un dazio del 10%, mentre la maggior parte degli altri beni, ed in particolare i prodotti agro-alimentari, saranno soggetti ad un dazio del 25%.

NON BASTASSE la lista americana differenzia tra Paese e Paese e tra prodotti e prodotti: colpisce per esempio i tedeschi soprattutto nelle apparecchiature meccaniche e utensili industriali, i francesi per il vino, mentre per l’Italia la lista iniziale si riduce (evitando per il momento il vino e olio) ma colpendo gravemente i prodotti alcolici che sono un grande patrimonio del nostro export, come fa notare Federvini, i prodotti caseari, i salumi, in parte frutta e orticoli. Almeno due considerazioni sorgono spontanee a caldo della vicenda. Contrariamente a quanto alcuni hanno affermato, in questa triste storia non vince nessuno e men che meno il vino italiano solo perché si colpisce quello francese. Anzi, perde l’Ue che da troppo tempo manca di una decisa posizione internazionale anche in tema di scambi e di protezione dei proprio prodotti agroalimentari. Una seconda considerazione, corollario alla prima, riguarda un soggetto che credevamo servisse solo a pagare profumatamente i funzionari in servizio, ossia l’Organizzazione Mondiale del Commercio, organo deputato alla gestione delle norme di commercio internazionale, che sorprendentemente risponde con solerzia a favore degli Stati Uniti in tema di aiuti di stato europei.

Davide.gaeta@univr.it