Tra le drammatiche lezioni che la pandemia ci sta insegnando è quanto la crisi economica italiana sia stata aggravata dall’azzeramento dei flussi turistici e dai relativi consumi. Potrebbe sembrare una constatazione evidente ma forse ora emerge in tutta la sua evidenza specie perché proveniamo da una situazione opposta degli ultimi anni, definita dalla collega Daniela Cavallo e Jacopo Ghidini in un’ analisi apparsa su pantheon.veronanetwork.it, di Overtourism.

Il termine si riferisce "a quel turismo che viene percepito come “di troppo” da parte delle comunità locali ospitanti": anzi gli autori richiamano al rischio di "una forma di turistificazione selvaggia che si manifesta quando l’impatto del turismo in una certa destinazione eccede ciò che quest’ultima può sopportare a livello fisico, ecologico, economico e sociale". I dati statistici confermano quanto riportato dallo studio: oltre 12 milioni di presenze nel 2018 a Venezia e 2,5 milioni di presenze nella città di Verona (oltre il 60% di stranieri), cresciuta del 79,8% rispetto a 10 anni fa secondo l’ufficio di statistica della Regione Veneto. Due esempi dove si registrano gravi effetti negativi nei consumi dovuti alla perdita delle presenze straniere. Solo la città di Verona, negli ultimi 10 anni ha iscritto ben 111 attività di ristorazione con somministrazione al Registro delle imprese e 77 tra affittacamere, B&B e residence. La ricerca conclude che, nella sua drammaticità, il Covid19, ci costringe a ripensare al nostro stile di vita, inclusa la gestione del tempo libero: un nuovo sguardo è rivolto al turismo che, possiamo presumere, per almeno un po’ di tempo sarà di prossimità. Potrebbe così essere un’occasione per meglio guardare allo sviluppo delle strutture e dei servizi della città.

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