Il dem Andrea Orlando, 52 anni, ministro del Lavoro del governo Draghi
Il dem Andrea Orlando, 52 anni, ministro del Lavoro del governo Draghi
I vertici del sindacato guardano il milione di posti di lavoro persi in un anno e rilanciano sulla proroga ulteriore del blocco dei licenziamenti. Ma il loro avviso appare più un riflesso condizionato che una vera proposta e, meno ancora, una policy per affrontare le conseguenze dell’emergenza economica e sociale del Coronavirus. Quel milione di posti di lavoro, infatti, è andato in fumo nonostante il divieto di licenziamento: dunque, la misura sulla quale insistono non è servita a proteggere "tutti" dagli effetti drammatici della pandemia, ma abbiamo avuto "sommersi e salvati", con giovani contrattisti a termine, lavoratori autonomi e donne che hanno pagato il prezzo più elevato dello tsunami che ha investito il nostro Paese. I...

I vertici del sindacato guardano il milione di posti di lavoro persi in un anno e rilanciano sulla proroga ulteriore del blocco dei licenziamenti. Ma il loro avviso appare più un riflesso condizionato che una vera proposta e, meno ancora, una policy per affrontare le conseguenze dell’emergenza economica e sociale del Coronavirus.

Quel milione di posti di lavoro, infatti, è andato in fumo nonostante il divieto di licenziamento: dunque, la misura sulla quale insistono non è servita a proteggere "tutti" dagli effetti drammatici della pandemia, ma abbiamo avuto "sommersi e salvati", con giovani contrattisti a termine, lavoratori autonomi e donne che hanno pagato il prezzo più elevato dello tsunami che ha investito il nostro Paese.

I numeri dell’Istat diventano, così, la cartina di tornasole del livello di tutele e garanzie sulle quali possono contare i lavoratori italiani. Ma anche della natura ideologica e poco pragmatica delle politiche del lavoro degli ultimi anni e, principalmente, del decreto Dignità di matrice grillina. Non è un caso se la somma tra recessione da virus e vincoli ai contratti a termine e a quelli in somministrazione e, soprattutto, ai rinnovi, abbia prodotto la scorsa primavera un impatto devastante su questo segmento del mercato del lavoro: una valanga di mancati rinnovi per le fasce di età più giovani.

Ma anche le successive modifiche e deroghe – sempre provvisorie e spesso incerte – hanno fatto ben poco per correggere la rotta. Tanto più che non hanno toccato comunque il maggiore costo (in termini di oneri contributivi) a carico di queste formule contrattuali flessibili. Sicché il trend non è cambiato e, anzi, da settembre si è avuta una seconda ondata di ’fine lavoro’ per questa categoria: nel complesso, in un anno, sono andati in fumo poco meno di 380mila posti di lavoro a tempo determinato.

Il secondo girone dei "sommersi" è quello dei cosiddetti "indipendenti": partite Iva, commercianti, artigiani che si sono arresi, cancellandosi da ogni iscrizione ufficiale a Inps e Camera di commercio, di fronte all’azzeramento dei fatturati e al correre dei costi. Altri 360mila circa posti vanificati.

All’appello delle cifre dell’Istat mancano altri 220mila impieghi perduti: si tratta di lavoratori dipendenti a tempo indeterminato di imprese fallite o di lavoratori in cassa integrazione a zero ore almeno da tre mesi. Pur non licenziati, questi addetti, per la prima volta, rientrano nel conteggio dell’Istat come "non più occupati", anche se possono contare sull’indennità dell’Inps.

Tirando le somme, dunque, il divieto di licenziamento evocato e invocato dal sindacato ha funzionato, eccome, per le fasce già fisiologicamente più inserite del mercato del lavoro. Quello che non funziona e non ha funzionato è la presunta maggiore tutela che doveva essere garantita dai più stringenti vincoli e dai più consistenti oneri sul lavoro flessibile. Ma, su questo, i leader di Cgil, Cisl e Uil continuano a essere omissivi. Mentre, forse, qualcosa si muove nell’ambito dello stesso governo, se è vero che sono allo studio incentivi contributivi non solo per le assunzioni a tempo indeterminato e in apprendistato, ma anche per quelle a termine e in somministrazione. Come, d’altra parte, si prevede in tutti i manuali di politica economica keynesiana, quando si suggeriscono pragmaticamente soluzioni anti-cicliche (per contrastare gli effetti di una fase recessiva), come quelle che possono spingere le imprese a assumere a termine in contesti incerti, rifuggendo da contratti che impegnano nel lungo periodo. Senza contare che un’ampia quota di rapporti stabili deriva proprio dalle formule flessibili ma tutelate. E non certo dal nero, rifugio di tutte le rigidità ufficiali.