Il ministro Tria a 'Porta a Porta'
Il ministro Tria a 'Porta a Porta'

Roma, 20 maggio 2019 - Ministro Tria, dopo mesi di gelata, possiamo sperare che l’Azienda Italia si  riprenda  nella seconda metà dell’anno, una volta archiviata anche questa tempestosa campagna elettorale?
"Veniamo non da mesi ma da un decennio che ha regolarmente visto l’Italia, cioè la terza economia dell’eurozona, crescere 1 punto percentuale di Pil meno della media dei partner della moneta unica", premette Giovanni Tria, da un anno alla guida del dicastero di Via XX Settembre. Ma, appena il tempo di una pausa, e spiega: "L’obiettivo di questo governo, e mio personale, è quello di eliminare questo divario rilanciando la crescita nel segno della stabilità sociale, che è importante quanto la stabilità finanziaria. Ora siamo nel mezzo di una fase di rallentamento dell’economia europea e l’Italia, come la Germania ha sofferto di un periodo di incertezza del commercio internazionale che si è riflesso sulle aspettative delle imprese e quindi sui loro programmi di investimento. Tuttavia qualche timido segnale positivo si comincia a intravedere. Per esempio nel primo trimestre siamo cresciuti dello 0,2% contro lo 0,3 della Francia e lo 0,4 della Germania. Il divario di crescita non è aumentato e in prospettiva tutte le previsioni dicono che tenderà a ridursi".

Ma bastano questi segnali per dire che la recessione è davvero alle spalle e che il Paese si avvia verso una nuova fase di sviluppo, insomma che può ritrovare un po’ di fiducia e ottimismo nel futuro?
"Vorrei ricordare che il Paese siamo noi, e ciascuno di noi deve fare la sua parte per crescere e ritrovare il senso e l’importanza dell’interesse collettivo, del lavorare tutti insieme e senza infingimenti alla ricerca del bene comune. Il governo, con la legge di bilancio prima e poi con il Def, il documento di economia e finanza appena approvato, e il “decreto crescita”, sta scommettendo sul rilancio degli investimenti pubblici e privati e insieme sulla lotta alla povertà e agli squilibri sociali. E al tempo stesso ribadisce in modo netto e inequivocabile la volontà di rispettare l’impegno alla stabilità finanziaria, stabilità che è prima di tutto nell’interesse dell’Italia. Certo, dopo tanti anni passati nella palude della bassa crescita, la svolta va costruita passo dopo passo. Dobbiamo far leva sull’Italia delle eccellenze, quella che negli Anni ‘60 brillava nel mondo e spesso dava la linea estetica e tecnologica, penso al design e a Olivetti per fare solo un nome, e che ancor oggi si riafferma nei mercati mondiali e si riflette nel nostro surplus commerciale. E’ questa Italia dell’innovazione che va rafforzata e posta alla base del rilancio della nostra economia. Si tratta di un lavoro costante e che non porta a risultati immediati. Ma l’importante è ritrovare il senso della direzione e la voglia di fare e di rischiare. E’ questa la nostra ambizione".  

Il suo messaggio è rassicurante. Ma quando in questa campagna elettorale si contesta apertamente il rispetto della regola europea del 3% come limite massimo per il deficit pubblico e di quella del controllo sul nostro iper-debito, facendo salire lo spread, qualche dubbio diventa legittimo, non trova?
 "L’ha detto proprio lei: siamo in campagna elettorale e in questi casi, più o meno dovunque, si tende a parlare in libertà più di quanto si dovrebbe. Però quello che conta sono i fatti. E i fatti sono che il governo ha approvato all’unanimità il Def che poi ha incassato anche il placet  del Parlamento. E nel Def è scritta nero su bianco la volontà dell’Italia di rispettare gli impegni presi sul contenimento di deficit e debito. Questo è ciò che vale. E alla fine lo spread non potrà non tenerne conto".

Lei ha spiegato che quest’anno non ci saranno manovre-bis, patrimoniali o altre stangate. Ma davvero possiamo farcela a tenere dritta la barra dei conti pubblici senza ricorrere a interventi straordinari ed evitando una procedura di infrazione Ue?
"Non è facile, lo ammetto, far quadrare l’equazione ma ci riusciremo come già nell’autunno scorso, quando quasi nessuno credeva che ce l’avremmo fatta. Certo, bisognerà fare delle scelte, scelte politiche prima che economiche, perché non si può immaginare di poter rispettare gli impegni presi  su deficit e debito e al tempo stesso abbassare le tasse e aumentare le spese. La scelta tra più spesa o meno tasse è una tipica scelta politica di fondo, come lo è la scelta tra spesa corrente e spesa per investimenti, che significa tra più consumi oggi o maggiore crescita e quindi più consumi domani. D’altra parte se si provoca una crisi finanziaria non ci sono neppure più consumi oggi".

Quindi in una maniera o nell’altra, che sia più Iva, meno agevolazioni fiscali o meno spesa pubblica, dobbiamo aspettarci nuovi sacrifici?
"Non ci possiamo nascondere la realtà. Il nostro è un Paese che da anni non fa le riforme indispensabili per ritrovare alti livelli di produttività e competitività che sono il motore di una crescita economica robusta, la vera e unica chiave davvero efficace per risolvere tutti i suoi problemi attuali. Con un’economia che cresce di più e in modo duraturo, un sistema industriale dinamico ed efficiente che torni a creare occupazione in modo stabile, una pubblica amministrazione più moderna, ringiovanita e digitalizzata, conti pubblici, cioè soprattutto debito, sotto controllo, insomma con un’Italia più convergente con il resto del mondo e capace di richiamare investimenti interni ed esteri, si recupererebbero non solo la fiducia e l’ottimismo di cui lei parlava all’inizio ma anche le condizioni per poter redistribuire prosperità e benessere, superando le strozzature prodotte dalle nostre risorse finanziarie obiettivamente  limitate. Ma la fiducia, oltre che il punto di arrivo, deve essere anche il punto di partenza".

Ministro, lei ripete sempre che il nostro debito è sostenibile ma…
"E glielo ripeto, è sostenibile. Come è dimostrato dal regolare successo delle nostre emissioni. Dai costi ancora relativamente contenuti di queste operazioni: l’anno scorso il costo medio si è fermato all’1,07%, quello dello stock continua a scendere. Oggi sono gli italiani a detenere il 70% del nostro debito, erano il 50% prima della grande crisi del 2008. I fondamentali della nostra economia sono sani, da 20 anni assicuriamo l’avanzo primario nei nostri conti pubblici, il nostro risparmio privato supera di molto l’ammontare del debito pubblico".

Allora i mercati sbagliano quando fanno dilatare lo spread?
"Il nostro spread è oggettivamente eccessivo rispetto sia a quello di altri Paesi dell’euro sia ai fondamentali sottostanti dell’economia italiana. Detto questo, i suoi movimenti sono determinati dalla fiducia: nelle prospettive del paese, nella credibilità della sua classe politica, nella stabilità delle sue scelte di politica economica. Noi dobbiamo lavorare per recuperare quella fiducia. A tutti i livelli".

Non teme che questo sia soltanto un bel libro dei sogni visto che, quando ci si prova, la spesa pubblica si dimostra intoccabile, il debito non si riduce, le riforme sono regolarmente rinviate?
"No, niente affatto. Naturalmente c’è del vero in quello che dice. Però’ dimentica che siamo una grande economia, la seconda manifattura d’Europa, tuttora con molti punti di forza. Dobbiamo semplicemente e finalmente renderci conto, tutti, che non si può più rimandare il momento del cambiamento, della svolta, mentale e culturale prima di tutto. Ci vuole una sorta di chiamata alle armi, di mobilitazione generale per creare le condizioni per restituire all’Italia il posto che le spetta in Europa e nel mondo. Certo, se l’Europa si decidesse ad attuare politiche economiche davvero europee abbattendo i troppi steccati nazionali e deflazionistici che oggi scientemente lo impediscono, questo allevierebbe un po’ le nostre fatiche. Non è escluso che queste politiche europee cambino, il dibattito è aperto e noi dobbiamo esserne protagonisti. Ma per esserlo dobbiamo cambiare anche noi".