di Elena Comelli

Il Green Deal europeo è un cambio di passo. Per Clara Poletti (nella foto tonda), prima presidente donna dell’agenzia europea che coordina le Autorità per l’energia, è da qui che si deve ripartire per costruire un sistema economico diverso, dopo la crisi del Covid-19. "Gli strumenti ci sono tutti, lì dentro, ora si tratta di utilizzarli", spiega Poletti.

Perché è così importante?

"La maggiore ambizione del Green Deal emerge dalla profondità degli obiettivi, che puntano a una totale trasformazione dell’economia dell’Unione europea, per arrivare all’azzeramento delle emissioni nette di gas a effetto serra entro il 2050, che diventerà ben presto vincolante per tutti gli Stati membri. Quest’ambizione si declina non solo in obiettivi molto più sfidanti, ma anche in ambiti di intervento molto più estesi, con più di quaranta nuove proposte di misure legislative che spaziano su energia, trasporti, risorse idriche, suolo, biodiversità, agricoltura, in un’ottica di economia circolare".

Dopo la pandemia, l’impressione è che sia un cambio di passo condiviso da ampi strati della popolazione europea...

"L’iniziativa politica delle istituzioni comunitarie riflette la percezione, fortemente cambiata, dei cittadini europei sulla rilevanza dell’emergenza climatica. Secondo un sondaggio Eurobarometro, il 93% degli europei ritiene che il cambiamento climatico sia un problema serio e che richieda interventi per affrontarlo. Il 70% ritiene anche che le misure di adattamento agli impatti del cambiamento climatico possano avere effetti positivi per i cittadini".

C’è adesione anche da parte delle imprese e del sistema finanziario?

"Il sistema finanziario è il primo a rendersi conto che le imprese più impegnate sul fronte della sostenibilità e della transizione energetica presentano meno rischi delle altre, perché si stanno già adeguando a un contesto economico in rapida evoluzione. Tra le imprese, moltissime sanno che restare indietro in questa corsa verso un’economia più pulita mette in pericolo la loro stessa sopravvivenza e s’impegnano a competere o addirittura a eccellere in questa gara. Ci sono molti casi di imprese all’avanguardia in questa transizioone, soprattutto nel mondo dell’energia e anche in Italia. Ma ci vuole un contesto che le sostenga".

In che modo?

"Per la realizzazione di questo programma, la Commissione ha stimato una necessità d’investimento impressionante, nell’ordine di 260 miliardi di euro l’anno (pari all’1,5% del Pil Ue) solo per raggiungere gli obiettivi al 2030, puntando a mobilitare risorse per circa 1000 miliardi tra fondi europei, finanziamenti statali e investimenti privati, che saranno essenziali per il rilancio dell’economia europea dopo il Covid-19. L’entità delle risorse in gioco, però, solleva un problema di governance, in particolare in un Paese come l’Italia, che soffre di una strutturale debolezza nella capacità di utilizzo dei fondi europei da parte delle amministrazioni pubbliche".

Se la maggioranza dei cittadini pensa che passare all’auto elettrica e alle fonti verdi sarà un cambiamento in meglio, che fine hanno fatto i Gilet Gialli e quelli che considerano la transizione energetica come un affare da ricchi?

"È vero che la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra avrà un impatto sui posti di lavoro e ci saranno dei costi da pagare, in particolare nei Paesi che dipendono di più dalle fonti fossili, ma a chi considera la transizione energetica un affare da ricchi bisogna far presente che l’impianto stesso dell’Ue è basato sull’equità economico-sociale. La Commissione ha infatti proposto la creazione di un meccanismo per la transizione giusta, che dovrebbe attivare investimenti stimati di 100 miliardi di euro nelle aree più esposte alle trasformazioni in atto".

Basteranno tutte queste misure a mettere in moto la transizione, soprattutto in Italia dove lo sviluppo delle rinnovabili è fermo?

"Bisogna passare dal dire al fare, superando la frammentazione degli strumenti. In Italia ogni anno c’è un pacchetto legislativo specifico, non sempre coerente con altre normative. Le politiche settoriali di sviluppo delle fonti rinnovabili devono essere accompagnate da politiche industriali, sulla ricerca e sull’istruzione. Bisogna puntare a una visione un po’ più integrata, che consideri tutti gli elementi del quadro".