Roma, 27 ottobre 2021 - E’ braccio di ferro totale tra governo e sindacati sulle pensioni e sulla manovra economica, tanto che l’incontro di oggi non è stato ancora convocato. E c’è chi, come il leader della Uil, Pierpaolo Bombardieri, lo esclude categoricamente. Ieri, il vertice a Palazzo Chigi fra il premier Draghi e i leader dei tre sindacati si è concluso con un nulla di fatto. Al limite di una clamorosa rottura e definitiva. E con il leader della Cgil, Maurizio Landini, che lascia balenare l’ipotesi di uno sciopero generale. "Se si andrà verso una decisione bene, se vorranno confrontarsi con noi, noi siamo pronti a farlo giorno e notte". Landini getta sul tavolo anche la questione del lavoro precario e del tatglio dell’Irap, spiegando che "con soli 600 milioni come vuole il...

Roma, 27 ottobre 2021 - E’ braccio di ferro totale tra governo e sindacati sulle pensioni e sulla manovra economica, tanto che l’incontro di oggi non è stato ancora convocato. E c’è chi, come il leader della Uil, Pierpaolo Bombardieri, lo esclude categoricamente. Ieri, il vertice a Palazzo Chigi fra il premier Draghi e i leader dei tre sindacati si è concluso con un nulla di fatto. Al limite di una clamorosa rottura e definitiva. E con il leader della Cgil, Maurizio Landini, che lascia balenare l’ipotesi di uno sciopero generale. "Se si andrà verso una decisione bene, se vorranno confrontarsi con noi, noi siamo pronti a farlo giorno e notte". Landini getta sul tavolo anche la questione del lavoro precario e del tatglio dell’Irap, spiegando che "con soli 600 milioni come vuole il governo non si finanzia nessuna riforma delle pensioni". Netto anche il commento del numero uno della Cisl, Luigi Sbarra: "Le risorse a disposizione sono largamente insufficienti". Come a dire, in queste condizioni l’intesa non è possibile.

Tre ore di riunione, serrata e dai toni nervosi, con l’ex presidente della Bce che tira dritto per la sua strada e non ha intenzione di cedere sulla stretta previdenziale. Al massimo è pronto a concedere la proroga di un anno della cosiddetta opzione donna, quella che consente di lasciare il lavoro a 58 anni (59 anni per le lavoratrici autonome) che, nella prime bozze della manovra economica era stata cancellata. Sì anche anche la proroga dell’Ape sociale, vale a dire la possibilità di andare in pensione a 63 anni e dai 30 ai 36 anni di contributi per alcune categorie di lavoratori: disoccupati, invalidi e impegnati in attività particolarmente gravose. Draghi fa subito capire, però, che non si può tornare al sistema "contributivo", costerebbe troppo, così come Quota 41 indipendentemente dall’età, come vorrebbero i sindacati. Il nodo da sciogliere è sulle quote. L’esecutivo pensa ad una uscita graduale da Quota Cento, cavallo di battaglia della Lega, portando già dal 2022 l’età minima per lasciare il lavoro a 64 anni con 38 di contributi (si arriverebbe, così, a quota 102). Per il 2023 e il 2024, l’esecutivo sarebbe pronto a far salire il vincolo anagrafico rispettivamente a 65 e 66 anni, lasciando inalterato il requisito contributivo. O, in compenso, lasciare l’età minima a 64 anni e far aumentare i contributi a 39 e poi a 40 anni. Confermando, ovviamente, la possibilità di lasciare il lavoro a 42 anni e 10 mesi per gli uomini e a 41 anni e 10 mesi per le donne.

A far salire la tensione anche le indiscrezioni che arrivano di un rilancio della Lega su Quota 41, che scavalcherebbe a sinistra i sindacati sulle pensioni. Oggi dovrebbe esserci un nuovo confronto fra i leader del partito e Draghi. L’ultima proposta del Carroccio prevede la possibilità di lasciare il lavoro a 62 anni con 41 di contributi nel 2022 (quota 103) e a 63 nel 2023 (quota 104). Dal ministro degli Esteri, Luigi di Maio arriva, invece, un assist a Draghi: "Quota Cento non era più sostenibile". I leader di Cgil, Cisl e Uil si erano presentati alla riunione con due obiettivi: evitare il ritorno alla Fornero e conservare la possibilità delle uscite flessibili, su base volontaria, a partire dal 62 anni di età. Pochi minuti dopo le 20 il premier Draghi lascia la riunione. Al tavolo, per il governo, restano il ministro dell’Economia, Daniele Franco, del Lavoro, Andrea Orlando e della Funzione Pubblica, Renato Brunetta. Oggi, forse, nuovo round. Ma il tempo a disposizione per raggiungere un’intesa è davvero poco: oggi sarà approvato un decreto legge per semplificare l’utilizzazione dei fondi del Pnrr e far partire i cantieri. Poi, domani, tocca alla legge di Bilancio: un calendario serrato, fortemente voluto da Draghi, anche in vista del G20 in programma nel fine settimana. Per ora, la dote che Palazzo Chigi ha destinato al capitolo previdenza è davvero risicata: circa 600 milioni di euro. Troppo poco per accontentare i sindacati.