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Si potrebbe pensare che l’oro o il platino siano i metalli più preziosi della Terra. Invece ci sono altri minerali che si stanno rapidamente affermando e ben presto potrebbero precederli: si tratta delle terre rare. Sono 17 elementi della tavola periodica di cui fanno parte i 15 lantanoidi (con un numero atomico compreso tra 57 e 71), lo scandio e l’ittrio (numero atomico 21 e 39), le cui applicazioni sono davvero innumerevoli, per la loro particolare luminescenza e per il loro essere superconduttori di energia. Senza di loro, la rivoluzione digitale sarebbe stata impossibile. Qualche esempio? Senza l’indio non ci sarebbe il touch screen, senza ittrio, disprio, europio, gadolino, lantanio e terbio gli schermi non sarebbero colorati. Si utilizzano per produrre microchip, magneti, fibre ottiche laser, schermi, cd, dvd e persino carte di credito. Non da ultimo, sono utilizzati anche per trasformare il movimento delle pale eoliche in elettricità grazie a magneti permanenti composti da una lega di neodimio (al 27%), ferro e boro. In pratica, l’industria elettronica e quella delle fonti rinnovabili non possono farne a meno.

Negli ultimi anni la richiesta di terre rare è così aumentata da farle diventare veri e propri minerali strategici, tanto che quando la Cina, che ne è il maggior produttore, ha velatamente minacciato di chiudere i rubinetti dell’export verso gli Usa, come ritorsione al bando verso Huawei, magicamente il bando è stato rinviato di mesi. Ma in realtà le terre rare non sono poi così rare. Oggi sappiamo che ci sono giacimenti un po’ dappertutto: il cerio, ad esempio, è il 25° elemento più abbondante nella crosta terrestre, più ancora del rame. Si trovano dall’Australia al Brasile, dal Sudafrica alla Groenlandia (non è un caso se Donald Trump voleva ‘comprarla’ ai danesi). Il problema è che, grazie alle loro caratteristiche geochimiche, le terre rare tendono a mischiarsi con altri minerali e sono molto difficilmente estraibili. Per questo motivo i giacimenti minerari economicamente sfruttabili sono comunque rari.

Lavorare le terre rare è devastante per l’ambiente: per separarle dagli altri minerali devono essere disciolte a più riprese in acidi, filtrate, ripulite, con un processo decisamente poco verde. Inoltre, la lavorazione emette prodotti tossici e anche radioattivi. La Cina è diventata la più importante esportatrice di terre rare, con una produzione annua di oltre 130mila tonnellate, solo quando gli altri Paesi si sono tirati indietro dopo essersi resi conto che il processo per estrarre e separare questi elementi è lungo e pericoloso. Ora la Cina del presidente Xi Jinping (nella foto) approfitta del suo quasi monopolio nel settore e non perde occasione per dimostrare il suo potere al mondo. Nel 2010, per dimostrare di avere in mano le sorti del mercato mondiale della tecnologia, Pechino ha ridotto di colpo del 70% l’esportazione delle terre rare, mandando alle stelle i prezzi, con picchi superiori all’850%. Di lì a poco l’impennata si è rivelata una bolla, ma la Cina resta ad oggi di gran lunga il maggiore esportatore.

In base a uno studio pubblicato da Nature, però, alcuni ricercatori giapponesi avrebbero scoperto un’area che potrebbe rispondere alla domanda globale del pianeta per tempi lunghissimi. Stando alla ricerca, il giacimento si trova sui fondali marini in acque giapponesi. Yutaro Takaya, della Waseda University di Tokyo e responsabile della ricerca ha detto: «Al momento, solo in una piccola area, abbiamo scoperto un giacimento da circa 1,2 milioni. Questo ci ha portato a ipotizzare che la regione, estesa per circa 2.500 chilometri quadrati, ne contenga una quantità almeno 13 volte superiore». Se sarà economicamente sfruttabile, il giacimento darebbe un po’ di respiro alle tensioni in atto.