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Roma, 19 giugno 2019 - È solo l’ultimo grido di dolore, quello lanciato ieri mattina dai vertici di Confartigianato, sull’oppressione fiscale che pesa su famiglie, imprese e lavoratori in Italia. Al punto che, per effetto dei mille balzelli che gravano sulle nostre teste, possiamo fregiarci dello sciagurato titolo di "primi tartassati d’Europa". 
Nel 2019 – per citare i numeri più rilevanti – il carico fiscale in Italia arriva al 42,4% del Pil, rispetto al 41,3% della media dell’Eurozona. In pratica, paghiamo 19 miliardi di tasse in più rispetto alla media dell’Eurozona, pari a un maggior prelievo di 314 euro per abitante. Non solo: sulla competitività delle nostre imprese, così come nelle buste paga dei nostri lavoratori, pesa "anche" un cuneo fiscale e contributivo da paura, pari al 47,9%, vale a dire 11,8 punti in più del 36,1% della media Ocse: il costo del lavoro pagato, per esempio, dalle sole piccole imprese italiane per i propri 5,9 milioni di dipendenti ammonta a 174 miliardi di euro.
 
Famiglie e imprese, d’altra parte, hanno appena staccato, due giorni fa, il 17 giugno, un assegno da 32,6 miliardi di euro a favore dell’Erario nel primo tax day dell’anno. Solo una fetta dell’intero ammontare di tasse e imposte di ogni genere e misura che ha fatto salire, negli ultimi 40 anni, la pressione fiscale in Italia di circa 11 punti: dal 31,4% del 1980 al 42,4% di quest’anno, con un’impennata nel 2012-2013, durante gli anni del governo Monti, fino a quota 43,6%. 

Nell’ambito dell’Eurozona, con il livello attuale di pressione, 42,4%, saremo al quarto posto: prima di noi Francia, Svezia e Belgio, dopo di noi tutti gli altri Paesi, a partire da Austria e Germania. Ma parliamo di percentuali formali. In più occasioni, però, i commercialisti hanno sottolineato che, se si considera la pressione fiscale sulla sola componente del Pil che le imposte le paga per davvero, ossia sulla componente depurata della quota stimata di economia sommersa, si vede nettamente come la pressione fiscale "reale" in Italia sia molto più alta: di sicuro sopra il 51-52%. 
Non va certo meglio, se passiamo a mettere in fila le cifre del cosiddetto ‘cuneo fiscale’, in sostanza il peso di tasse e contributi nella busta paga di un lavoratore dipendente. Ebbene, secondo il "Taxing Wages 2019" dell’Ocse, tra il 2017 e il 2018, il cuneo fiscale per il lavoratore medio single cresce dal 47,7% al 47,9%, attestandosi di quasi 12 punti sopra la media delle principali economie del mondo, che è del 36,1% (dal 36,2% del 2017). 
 
Per capirci, su mille euro di costo del lavoro per l’impresa, al lavoratore finiscono in tasca circa 500 euro netti. La motivazione viene ricondotta all’incremento dell’imposta sui redditi, mentre non ha avuto variazioni l’incidenza dei contributi sociali. Si tratta del terzo prelievo più alto tra i 36 Paesi avanzati, superato solo dal Belgio (52,7%) e dalla Germania (49,5%) e davanti anche a quello francese (47,6%). 

Per le famiglie monoreddito con due bambini il cuneo fiscale nel nostro Paese è pari al 39,1%, è il secondo più alto dell’area Ocse, superato solo da quello della Francia (39,4%), decisamente sopra la media dei Paesi industrializzati che è del 26,6%. I benefici fiscali e sociali legati ai figli, insomma, tendono a ridurre il peso del cuneo fiscale per i lavoratori con famiglia. In Italia questa riduzione è dell’1,8%, inferiore al 9,5% della media Ocse. Come dire: che da noi anche i figli «valgono» molto meno per il fisco.