Achille Perego

MILANO

GLI ultimi dati Cribis segnalano una ripresa dei fallimenti di imprese nell’ultimo trimestre del 2018 dopo il calo dei primi nove mesi dell’anno. Un segnale allarmante se abbinato alla caduta della produzione industriale a dicembre e a un Paese entrato in recessione tecnica? In base all’andamento di soli tre mesi delle statistiche sui fallimenti è difficile dare un’interpretazione allarmistica – esordisce Carlo Robiglio, presidente Piccola Industria di Confindustria -. Ma, pur non volendo essere catastrofisti, non c’è dubbio che nel mondo delle imprese, dopo la ripresa iniziata nel 2017, si sia creata una certa apprensione e il sentiment della fiducia sia diminuito. E psicologicamente, quando scende la fiducia, si bloccano o si ritardano anche gli investimenti e le assunzioni.

Che cosa sta determinando questa svolta negativa?

Esistono elementi di tensione internazionale come la guerra dei dazi tra Usa e Cina o la frenata dell’economia tedesca che sta avendo un forte impatto anche nel nostro Paese sulla filiera dell’auto. Ma il morso dell’incertezza è molto forte anche a livello interno.

Qual è il motivo?

Alcune scelte politiche del nuovo governo che ci portano ad avere uno sguardo non positivo sul 2019.

Gli esempi di scelte che non condividete?

Siamo stati e restiamo molto scettici sul decreto dignità e sull’indebolimento degli strumenti di incentivazione alle assunzioni che erano stato previsti con la riforma del Jobs Act.

Il governo sostiene che ci saranno più posti per i giovani con la quota 100 per le pensioni.

Purtroppo non vale la formula per cui ogni lavoratore che andrà in pensione sarà sostituito con la nuova assunzione di un giovane. Stiamo parlando di skill molto differenti e non è detto che un’azienda sostituisca un 62enne che ha accumulato uno specifico bagaglio di esperienza con un 23enne alle prime armi. Le imprese, di fronte ai pensionamenti anticipati e in un clima di incertezza come l’attuale, innanzitutto cercheranno di capire come riorganizzare i cicli produttivi e non faranno assunzioni finalizzate solo a sostituire chi esce.

Non vi è mai piaciuto, come imprese, neppure il reddito di cittadinanza?

Non critichiamo l’aspetto solidaristico del provvedimento e la giusta attenzione alle fasce più deboli. La sensazione però, per come è stato concepito il reddito di cittadinanza, è che disincentivi i giovani che possono aspirare a un posto di lavoro a darsi da fare per trovarlo.

Quali sarebbero invece i provvedimenti in grado di spingere la crescita?

Nessuno ha la bacchetta magica per far ripartire il Paese ma basterebbe un po’ di buon senso. Per esempio far ripartire i cantieri delle grandi opere, a cominciare dalla Tav, bloccati da anni e per i quali ci sono 26 miliardi già stanziati. Ma servirebbero anche incentivi per investire in innovazione e formazione e il taglio del cuneo fiscale che porti innanzitutto più soldi in busta paga ai lavoratori piuttosto che provvedimenti come la flat tax limitata solo alla ridotta platea delle partite Iva, dei professionisti, senza alcun effetto di riduzione fiscale sulle piccole imprese.

Con tanti punti interrogativi sul futuro, vedremo crescere ancora i fallimenti di imprese nel 2019?

Non voglio fare da Cassandra ma il rischio che le Pmi tornino a soffrire è reale. Un rischio che potrebbe essere aggravato da una nuova stretta creditizia delle banche, che ancora oggi rappresentano il principale canale di finanziamento delle Pmi, dovuta all’aumento dello spread. E il passato ci ha insegnato che molte piccole imprese sono fallite per le crisi finanziarie determinate anche dal ritardo dei pagamenti da parte della Pubblica amministrazione.