di Lorenzo Frassoldati

L’alluvione del 3 ottobre scorso che ha colpito ampie zone risicole della Lombardia e del Piemonte (danni per 11,5 milioni di euro) ha sicuramente compromesso la produzione di centinaia di ettari di risaia italiana (tra Vercelli, Pavia e Novara si produce oltre la metà del riso italiano) comunque la leadership italiana del settore non è in discussione. L’Italia è il primo produttore europeo con 1,6 milioni di tonnellate, oltre la metà dell’intera produzione UE, concentrata in particolare in Piemonte, Lombardia e Veneto. Le altre regioni produttrici sono Emilia-Romagna, Toscana, Sardegna, Calabria e Sicilia. Anche il Sud si sta svegliando con piccole produzione di nicchia come quella della Calabria, in particolare nella piana di Sibari.

La media degli ettari seminati oscilla tra 220 e 230.000. Con le oltre 200 varietà di riso iscritte al registro nazionale italiano, ognuna con le proprie peculiarità, l’Italia assicura oltre il 50% della produzione di riso europeo. Il riso italiano si distingue da quello coltivato nel resto del mondo grazie a varietà tipiche e apprezzatissime come il Carnaroli, l’Arborio, il Vialone Nano, il S. Andrea e il Baldo. Produzioni di eccellenza, valorizzate grazie ai marchi DOP e IGP che riconoscono le specificità dei territori di origine.

Un riconoscimento internazionale delle nostre varietà da risotto (il termine ‘rizotto’ è ormai diffuso nei 4 continenti, come pizza o ‘carbonara’) è arrivato dal via libera della Cina, primo produttore mondiale, alle nostre varietà da risotto (Carnaroli e Arborio in testa). Con l’accordo siglato nell’aprile scorso si stima un mercato potenziale di 50 milioni di consumatori cinesi pronti ad apprezzare (e pagare) il nostro riso di qualità. Da stime dell’Ente Risi le superfici investite nel 2020 hanno raggiunto i 227.000 ettari, un incremento di 7.000 ettari rispetto allo scorso anno. I punti critici del settore sono sempre legati alle importazioni agevolate dal Sud Est asiatico, in particolare dal Myanmar (la ex Birmania) e dal Vietnam che hanno messo fuori mercato molte nostre produzioni.

Un esempio di forte legame col territorio viene dal Riso del Delta del Po Igp, una delle tre denominazioni geografiche riconosciute in Italia, assieme al Vialone Nano veronese Igp e al Riso di Baraggia Biellese e Vercellese Dop. Fino al 31 dicembre 2021 è poi in vigore l’obbligo di indicazione dell’origine del riso, come del grano per la pasta di semola di grano duro, e del pomodoro nei prodotti trasformati. Il provvedimento dice che sull’etichetta del riso devono essere indicati il Paese di coltivazione, quello di lavorazione e quello di confezionamento. Solo se le tre fasi avvengono nello stesso Paese è possibile utilizzare la dicitura "Origine del riso: Italia". Altrimenti se queste fasi avvengono nel territorio di più Paesi possono essere utilizzate, a seconda della provenienza, le seguenti diciture: Paesi UE, Paesi NON UE, Paesi UE E NON UE. L’emergenza Covid-19 ha fatto crescere gli acquisti di riso del 16% nel primo semestre dell’anno (stime Coldiretti).