Persone al lavoro
Persone al lavoro

Bologna, 30 giugno 2018 - Da Bolzano a Ragusa si perdono 441 euro: la differenza di stipendi tra la provincia altoatesina, la più generosa d’Italia con i lavoratori dipendenti, che paga in media 1.500 euro al mese, e quella siciliana, che con 1.059 euro offre gli stipendi più bassi in tutto lo Stivale. Bastano questi due estremi a dire molto sulle caratteristiche delle buste paga di casa nostra, almeno per come le ha rilevate l’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, elaborando i microdati Istat aggiornati al 2017.
 
Il divario Nord-Sud non accenna a restringersi. Se lo stipendio medio del dipendente italiano si attesta sui 1.324 euro (appena nove euro in più del dato registrato lo scorso anno), nemmeno una delle 43 province (su 107) che restano sopra questa soglia si trova sotto Roma. Dopo Bolzano, le dirette inseguitrici si trovano tutte a nord: Varese, Bologna, Como, Milano, Lodi, Monza e Brianza, Bergamo, Parma, Pavia, Lecco, tutte sopra i 1.400 euro e tutte comprese tra Emilia-Romagna e Toscana. Prima città veneta è Belluno, seguita da Genova. E già qui si scende a 1.392 euro, oltre 100 in meno rispetto alla capolista. Per trovare i dipendenti più ‘ricchi’ del Mezzogiorno bisogna arrivare a quota 1.288 euro, quindi 36 euro sotto la media italiana, dove si trova Benevento, alla posizione numero 56. Quasi a metà strada rispetto al fondo della classifica dove si posiziona Ragusa: qui la busta paga media vale 1.059 euro, il 30% in meno rispetto a Bolzano.
Ma le diseguaglianze salariali non corrono solo lungo la penisola. Basta rimanere nella stessa città e mettere su una bilancia la busta paga di una donna e quella di un uomo per ottenere verdetti molto simili. 
 
Mediamente, in Italia, gli stipendi degli uomini si attestano sui 1.448 euro, mentre le donne guadagnano 273 euro in meno. Una differenza del 18,8%, come a dire che una donna perde un euro ogni cinque rispetto al collega maschio. La forbice si fa più stretta ad Ancona, dove la differenza tra retribuzioni maschili e femminili si attesta sul 9,4%, ed è più ampia a Viterbo, dove si arriva al 40,4%. Il maggior ricorso al part time è un fattore: le donne con l’orario ridotto sono il 34%, gli uomini il 9%. Ma non basta a spiegare tutto: considerando solo i dipendenti a tempo pieno il differenziale si limita a scendere al 9,3%.
 
Oltre agli stipendi, lo studio analizza molti aspetti del mercato del lavoro, dal tasso di occupazione alla qualità dei contratti. Ed elabora un indicatore per valutare efficienza ed innovazione, fondato su cinque dati: il tasso di occupazione, quello di non Neet (giovani che non studiano e non lavorano), il rapporto fra i tassi di occupazione maschile e femminile, la quota di occupati in professioni altamente qualificate nei settori più innovativi e quella di lavoratori con contratti standard, non precari. In testa, come l’anno scorso, c’è Bologna: il capoluogo emiliano non è primo in nessuna di queste cinque graduatorie, ma è sempre ai vertici. Dietro ci sono Trieste e Monza-Brianza, mentre Milano scivola in quarta posizione (era seconda).






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