Statuto dei lavoratori
Statuto dei lavoratori

Se, il 20 maggio di cinquant’anni fa, lo Statuto dei lavoratori ha portato la Costituzione in fabbrica “sugli scudi della legge”, oggi ha il dovere di portarla tra le strade dei riders,  nella casa degli smart workers, nella case di quei giovani disoccupati privi di fiducia nel futuro e di formazione che “lentamente muoiono” di assistenzialismo, nelle abitazioni delle finte partite IVA,  nel lavoro delle donne.

Se sino a meno di dieci anni fa, il mondo del lavoro era attraversato da un guado con due rive: quella degli insiders, i lavoratori subordinati con “posto fisso” e quella degli outsiders, tutti gli altri; oggi, anche quel guado e’ popolato: dai nuovi lavoratori che nuotano con affanno alla ricerca di una riva a cui aggrapparsi.

I valori che devono fare da bussola sono sempre gli stessi, quelli della libertà e della pari dignità del lavoro, nel segno degli articoli 1, 4 e 35 della nostra Costituzione.

Del resto, proprio perche’ dignitoso e libero, nella visione biblica, il lavoro risponde ad una missione, in ebraico: āvad ovvero passaggio dalla schiavitù in Egitto al servizio di Dio secondo l’alleanza del Sinai.

Dal discernimento, cui e’ chiamata soprattutto la politica, possono derivare soluzioni illuminate.

E cosi, un patto politico concertativo e sociale potrebbe rilanciare e, quindi, rinnovare lo Statuto del 1970.

E’ tempo, anzitutto, di uno “Statuto” di diritti basilari comuni, in base non tanto alla veste che il lavoratore indossa, quella del lavoratore subordinato, autonomo o parasubordinato, ma in quanto lavoratore tout court. Su questo versante, la recente sentenza della Cassazione (n. 1663 del 24 gennaio 2020) ha “squarciato il velo del tempio”.

 L’Organizzazione Internazionale del lavoro promuove  da molti anni il lavoro dignitoso, o “decent work”. In Inghilterra, ha preso forma una legislazione in favore della generalità dei “workers” mentre in Germania e’ garantita la tutela al lavoratore in quanto consumatore.

E’ tempo, in secondo luogo, di una regolamentazione in grado di bilanciare il diritto al lavoro, alla privacy e alla sicurezza di fronte a forme di lavoro innovative come lo smart working” in grado di mettere a segno, anche nei momenti di emergenza, obiettivi di produttività.

In questa direzione, non può farsi a meno di procedure semplificate contro le sabbie mobili delle complicazioni giuridiche figlie della stratificazione normativa.

Ed  ancora, e’ tempo di politiche attive del lavoro grazie ad un sistema pubblico/privato ma anche  di formazione permanente, sin dall’istruzione primaria, per essere all’altezza delle sfide della rivoluzione tecnologica. In questa prospettiva, ogni lavoratrice e lavoratore potrebbe equipaggiarsi di  una “carta d’identitá” ad hoc.

Piu’ lavoro per tutti e non piú redditi per tutti, come ci ricorda papa Francesco. Anche la riforma degli ammortizzatori sociali deve iscriversi in questo solco e guardare a logiche di workfare: non sussidi difensivi ma espansivi, preordinati ad una nuova occupazione, anche attraverso prepensionamenti e staffette generazionali.

E’ tempo, infine, di garantire la conciliazione dei tempi di vita e lavoro soprattutto alle donne lavoratrici che, in assenza, si ritrovano dinanzi ad un bivio pericoloso: abbandonare il lavoro o il progetto di un figlio, in un Paese che cresce di un figlio su ottomila abitanti, ma anche parità retributiva.

L’attuale pandemia da “Covid19” ha dimostrato tutta le pericolosità dei nodi irrisolti del mercato del lavoro.  Si tratta di un’ulteriore spinta per le riforme, a partire dallo Statuto dei lavoratori. Senza questioni ideologiche, perche’ la realtà e’ sempre superiore all’idea.

Diversamente, la storia ritornerà con i suoi errori. Come ci insegna Shakespeare nell’Atto 2 della Tempesta: What is the past, is the prologue”.

*Annamaria Parente senatrice - Ciro Cafiero giuslavorista