Marianna Madia (Ansa)
Marianna Madia (Ansa)

Roma, 17 aprile 2017 - Oltre un milione di dipendenti pubblici andrà in pensione nei prossimi 9-10 anni. E se spostiamo l’orizzonte a 15 anni le uscite supereranno il milione e 600mila. In pratica, in assenza di adeguato ma largamente improbabile ricambio, assisteremo a un vero dimezzamento degli attuali organici della Pubblica amministrazione. Andrà via, infatti, tutta la generazione dei baby boomers (nei 10 anni a venire i nati tra il 1952 e il ’62), entrata in ruolo massicciamente con le grandi infornate, concorsuali e non, degli anni Settanta, fino a metà degli Ottanta.

A certificare l’esodo di massa del decennio, se non del secolo, dagli uffici pubblici è l’analisi delle tabelle del Conto annuale della Ragioneria generale dello Stato. L’ultima radiografia aggiornata al 2015 fotografa una Pa piena zeppa di ultra cinquantenni (oltre un milione e 660 mila, più della metà del totale), mentre i lavoratori under 30 sono mosche bianche, solo 81mila su più di tre milioni di dipendenti, appena il 2,7 per cento, meno di 3 ogni 100. Una minoranza estrema che arriva al 6,8 se si fa salire l’età a 35 anni.

A determinare questo esito la robusta stretta previdenziale della riforma Fornero che, insieme con la fine delle pensioni di anzianità, ha visto anche il passaggio dell’età pensionabile per le donne nel pubblico da 60 a 65 anni (fino agli attuali 66 anni e sette mesi). Ma ha pesato enormemente anche il blocco delle nuove assunzioni attraverso il turnover, per i vincoli di finanza pubblica che hanno di fatto ridotto al minimo il ricambio generazionale. Il risultato è una Pa con lavoratori che nel 2015 avevano un’età media a quota 50,4 anni (dai 44,2 del 2001), mentre gli stessi tecnici della Ragioneria stimano che entro il 2019 si raggiungerà la soglia dei 53 anni. Il punto chiave da considerare, però, è che da quest’anno in avanti, prima in forma meno rilevante e poi con ritmi crescenti negli anni a venire, il ‘tappo’ alle uscite pensionistiche, determinato dalla Fornero, salterà e coloro che sono stati trattenuti nel recinto del lavoro potranno andare via.Ma stiamo parlando della generazione quantitativamente più consistente mai entrata in ufficio, proprio quella nata negli anni Cinquanta e nei primi Sessanta, la generazione del baby boom e del miracolo economico.

Se consideriamo coloro che raggiungeranno i requisiti previdenziali di età e contributi per uscire nei prossimi dieci anni (compreso il pensionamento d’ufficio a 65 anni previsto solo nel pubblico impiego a richiesta delle amministrazioni), scopriamo che si trovano in questa condizione oltre un milione di dipendenti. Di questi solo 26-27mila si trovano nella fascia di età da 65 anni in avanti: e sono i primi o già andati via o in procinto di andare. Subito dopo, dal 2018 e i successivi 4 anni circa, potranno lasciare quelli con età compresa tra i 60 e i 64 anni: parliamo di 385.033 lavoratori, di cui 215.331 donne. Ma la falange più ampia sarà la terza, quella di coloro che hanno tra i 55 e i 59 anni: si tratta di ben 610.162 persone, di cui 364.999 donne, che potranno ottenere la pensione tra il 2024 e il 2027.

A voler andare oltre, infine, tra il 2029 e il 2033-34 arriverà all’uscita una platea ancora più consistente, l’ultima parte dei baby boomers: circa 640 mila persone che oggi hanno un’età compresa tra i 50 e i 54 anni. E tutto questo senza tenere conto che per le forze di polizia e le forze armate i requisiti di pensionamento sono più bassi, con la conseguenza che le stime indicate dovrebbero comunque essere riviste al rialzo complessivamente di almeno altre 100mila unità. In meno di 15 anni, dunque, la Pa sarà di fatto dimezzata.