Mat3D
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BOLOGNA - Terra di startup. Terra di innovazione. I giovani imprenditori dell’Emilia Romagna sono in prima fila nello sviluppare nuove idee ad alto contenuto tecnologico. Blockchain, intelligenza artificiale, nuovi materiali, stampa 3D, fintech automotive e robotica, medtech: sono alcuni dei settori che hanno visti nascere interessanti realtà che adesso cercano di consolidare il proprio business. Undici startup innovative emiliano-romagnole guardano all’internazionalizzazione e grazie ad un progetto di Italian Trade Agency (Ita) e ministero dello Sviluppo economico passeranno tre mesi in un incubatore tra Regno Unito, Usa, Cina, Giappone, Corea del Sud e Slovenia con l’obiettivo di entrare sui mercati internazionali.
In questi giorni le aziende hanno seguito corsi di formazione su temi strategici come la proprietà intellettuale, strategia d’impresa e scale-up internazionale. Complessivamente sono state 120 le startup italiane titolari di brevetti selezionate per partecipare al progetto. Garanteasy e Monitor The Planet (Ict); Mat3D, Hooro e Mark One (Industria 4.0); Studiomapp, Takeflight e Awhy (Intelligenza artificiale); Cubbit (cybersecurity); Mixartista (robotica); OaCP (medtech). 
Giampaolo Melli, 53 anni, di Reggio Emilia, è il fondatore di Mat3D, spin-off che ha brevettato e commercializza nuovi materiali high-tech per la stampa in 3D. 

Melli, qual è il tratto distintivo di questo progetto? 
«E’ una grande opportunità per le startup perché consente di andare tre mesi in acceleratori specializzati in diversi Paesi fornendo la possibilità di aprire alcuni mercati mondiali. Ma soprattutto perché consente di cercare eventuali investitori». 

Qual è il problema principale di una startup italiana? 
«Le nostre startup nella prima fase fanno molta fatica a trovare capitali per l’avvio. Normalmente parliamo di progetti che portano a un brevetto che rappresenta un grosso investimento di tempo e denaro. Il problema è quello di poter avere la possibilità finire almeno la fase di progettazione. E di sicuro c’è una certa diffidenza da parte delle grosse aziende».

A livello strutturale in Italia il sistema come è messo? 
«E’ appena un po’ più lento rispetto all’estero. Ecco perché questo progetto è stato recepito in modo positivo da parte di chi sta investendo in settori innovativi». 

Quali sono le agevolazioni? 
«Vengono sostenute le spese, per tre mesi viene fatta formazione con la possibilità di farsi conoscere o da grosse multinazionali o da eventuali fondi». 

La selezione delle startup come è stata fatta?
«Abbiamo partecipato a un bando presentando un progetto d’impresa e le credenziali richieste: per esempio era necessario avere un prodotto brevettato o in fase di brevetto. Poi c’è stata una valutazione da parte di esperti con la creazione di una graduatoria».

Prima parlavamo di brevetti. Quali sono i costi? 
«In Italia chiedere la registrazione di un brevetto viene a costare circa 2-3mila euro. Quando si va all’estero bisogna distinguere: in Europa ancora va bene, ma se vogliamo brevettare negli Stati Uniti i costi crescono e si arriva anche a 50-60mila euro». 

Veniamo alla vostra realtà, Mat3D… 
«Nasce dal mio incontro con due professori dell’Università di Modena e Reggio Emilia e del Politecnico di Torino, Massimo Messori e Federica Bondioli, per far fronte alla carenza di materiali per la manifattura additiva. Mat3D nasce come spin-off di due università, Unimore e Università di Parma». 

I vostri spazi di ricerca dove sono? 
«Abbiamo affittato laboratori nei due atenei dove lavorano i nostri ricercatori». 

Che differenza di scala c’è ad esempio con gli Stati Uniti? 
«Negli Usa il nostro competitor diretto, una società nata nel 2011, ha raccolto già 500 milioni di dollari».

Qual è il futuro della stampa in 3D? 
«Le previsioni ufficiali dicono che ad arrivare nel 2060 il 50% dei beni prodotti a livello mondiale saranno realizzati con manifattura additiva».