"MAI SPRECARE una buona crisi", disse Winston Churchill per dare una spinta alla costituzione delle Nazioni Unite sul finire della Seconda guerra mondiale. Ma potrebbe averlo detto anche Elon Musk, scendendo dal suo jet personale a Braunschweig qualche mese fa, mentre stringeva la mano a Herbert Diess, capo di Volkswagen. Il numero uno di Tesla era diretto a Grünheide, un idillico villaggio a 30 chilometri da Berlino, dov’era in costruzione a tempo di record la sua prima gigafactory europea, e ne ha approfittato per fare due chiacchiere con il suo omologo della prima casa automobilistica mondiale, che voleva fargli provare la nuova ID.3. Dopo averla...

"MAI SPRECARE una buona crisi", disse Winston Churchill per dare una spinta alla costituzione delle Nazioni Unite sul finire della Seconda guerra mondiale. Ma potrebbe averlo detto anche Elon Musk, scendendo dal suo jet personale a Braunschweig qualche mese fa, mentre stringeva la mano a Herbert Diess, capo di Volkswagen. Il numero uno di Tesla era diretto a Grünheide, un idillico villaggio a 30 chilometri da Berlino, dov’era in costruzione a tempo di record la sua prima gigafactory europea, e ne ha approfittato per fare due chiacchiere con il suo omologo della prima casa automobilistica mondiale, che voleva fargli provare la nuova ID.3. Dopo averla guidata su e giù per il tarmac, il sagace sudafricano ha azzardato un complimento: "Per essere un’auto non sportiva, va alla grande", pare che abbia detto a Diess, che gli sedeva accanto. Da un campione di arroganza come Musk non ci si poteva aspettare niente di più, anche perché la corsa di Volkswagen a recuperare il tempo perduto sull’auto elettrica non sta ancora dando risultati paragonabili a quelli di Tesla.

Dalla sua, Tesla ha un potente alleato: la crisi del Covid-19, che sta fortemente accelerando la presa di coscienza globale, ma soprattutto europea, sulla necessità di una sterzata verso lo sviluppo sostenibile. In particolare, l’Europa ha urgente bisogno di rendersi indipendente nella produzione di batterie e la Germania l’ha capito per prima, tanto che ha 11 gigafactory in via di realizzazione. Quella di Tesla è stata la prima. Musk ha firmato il contratto di acquisto del terreno dal Land Brandeburgo a gennaio dell’anno scorso e ha aperto il cantiere delle opere viarie prima ancora di avere l’autorizzazione definitiva, assumendosi il rischio di eventuali ostacoli e rinominando la strada di accesso alla futura fabbrica Tesla Strasse. Questo modo di procedere a ritmi cinesi ha scatenato forti resistenze da parte degli ambientalisti, ma ha attirato le lodi della cancelliera Angela Merkel, che lo ha portato ad esempio per altri progetti futuri.

La gigafactory di Berlino punta a sfornare 500mila auto all’anno, con 40mila nuovi assunti, anche se per adesso ha fatto solo 1.200 assunzioni. È stata inaugurata sabato 9 ottobre e, per fare le cose in grande, Musk ha ricreato una piccola Oktoberfest nel piazzale antistante la gigafactory: ruota panoramica, giostra con i cavalli, birra a fiumi e grandi tavoli di legno a disposizione dei 9mila invitati. L’invito personale alla GigaFest è arrivato proprio da Musk, che per l’occasione ha postato in tedesco su tutti i social. Lo stesso Musk è salito sul palco della festa e ha provato anche a leggere le slide in tedesco, facendo ridere tutti.

La fabbrica di Berlino dovrebbe sfornare principalmente Model Y. Dopo una fase iniziale di accelerazione, la produzione dovrebbe stabilizzarsi a 5.000 auto la settimana (oltre 20.000 al mese o 250.000 all’anno) entro la fine del 2022 e l’obiettivo finale è di circa 10.000 a settimana (40.000 al mese o 500.000 all’anno). Non è chiaro, tuttavia, se la produzione stimata è limitata alla sola Model Y o se include anche la berlina Model 3. Se Tesla riuscisse a produrre e vendere 20-40mila Model Y al mese, potrebbe ottenere il premio di vettura più venduta in Europa: riuscirà a conquistare anche il pubblico del Vecchio Continente?

Elena Comelli