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7 mar 2022

"Crisi energetica, l’Italia deve preparare la rete di salvataggio"

Necessario ridurre la dipendenza dalle forniture russe

7 mar 2022

L’AGGRESSIONE DELLA RUSSIA nei confronti dell’Ucraina ha fatto definitivamente emergere il consenso sulla necessità di ridurre la dipendenza dal gas russo, che si era già delineato in occasione di precedenti crisi. Ma accende anche un faro sulla più ampia fragilità dell’Europa e dell’Italia, dipendenti dalle importazioni di combustibili fossili, che rendono il continente altamente esposto alla volatilità dei prezzi, agli choc delle forniture e ai rischi per la sicurezza, alimentando al contempo regimi antidemocratici. Nella decade tra il 2010 e il 2019, la bolletta del gas pagata dall’Italia è stata in media di 17 miliardi di euro all’anno, per un totale di 167 miliardi (dati Unem). La quota di importazioni di gas russo può essere stimata a oltre 6 miliardi di euro per gli anni pre-Covid, mentre il valore supera i 29 miliardi di euro ai costi attuali.

La dipendenza dalla Russia non è stata sempre uguale, ma si è notevolmente aggravata in anni recenti. Dopo il picco del consumo nazionale di gas, raggiunto nel 2005 (+80% rispetto al 1990), i consumi hanno invertito il trend, calando del 14% tra il 2005 e il 2019. Questo calo deriva dal primo pacchetto europeo per il clima, che ha trainato nuove politiche di risparmio energetico e il boom delle rinnovabili, ma anche dalla progressiva riduzione della produzione manifatturiera e dalla crisi economica del 2008-2009. Un trend destinato ad accelerare a seguito dei rafforzati impegni climatici, con un calo della domanda di gas attesa in Europa di oltre il 20% al 2030, secondo stime dell’Agenzia internazionale dell’energia.

Le importazioni italiane di gas hanno seguito un trend analogo, raggiungendo il picco nel 2006 e calando dell’8-9% nei successivi 15 anni. All’interno di questo trend discendente, però, le importazioni di gas russo sono aumentate del 40%, a discapito degli altri fornitori. Mentre nei primi anni Duemila la quota russa copriva circa un terzo dei consumi nazionali di gas, ora siamo arrivati quasi a metà (45%), per un volume complessivo che supera i 30 miliardi di metri cubi all’anno. L’ennesima crisi energetica causata dall’aggressione del Cremlino al suo vicino troppo democratico potrebbe essere una buona occasione per cercare di disintossicarsi dal gas russo. La ricetta delineata dal governo nel consiglio dei ministri del 28 febbraio mette in fila una serie di provvedimenti, a partire dall’aumento delle estrazioni di gas italiano, che potrebbero essere ampliate da 3 a 6 miliardi di metri cubi all’anno. Si tratta però di una misura poco significativa, perché le riserve certe, quindi estraibili, del nostro Paese sono circa 90 miliardi di metri cubi, ovvero poco più di quello che l’Italia consuma in un anno. Per affrontare ogni evenienza, nel decreto si autorizza anche l’adozione di misure coercitive "per la riduzione della domanda di gas previste in casi d’emergenza". L’espressione, in soldoni, si traduce in una parola: razionamento. Ma secondo Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, il razionamento non potrebbe bastare: "Le tensioni con l’Ucraina non sono una novità e già in passato abbiamo sperimentato situazioni critiche, come nel 2006, quando in gennaio Gazprom chiuse i rubinetti, ma mai come quella di oggi", ricorda Tabarelli. "In quell’occasione le forniture all’Europa subirono un brusco calo e anche in Italia fummo costretti al razionamento delle forniture alle industrie, ma oggi non sarebbe sufficiente", spiega Tabarelli.

Il decreto varato dal Consiglio dei ministri prevede che il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani (nella foto) possa adottare gli eventuali razionamenti anche "a scopo preventivo". Il problema, infatti, non si presenta tanto nell’immediato, quanto in prospettiva. "Da qui all’estate possiamo anche resistere dando fondo agli stoccaggi, ma la vera emergenza arriverà il prossimo inverno: l’inaffidabilità di un despota come Vladimir Putin è altissima e non possiamo continuare a dipendere così tanto dal gas siberiano, dobbiamo assolutamente diversificare, mettendo in piedi in fretta tutte le infrastrutture che ci mancano", sostiene Tabarelli. Per l’esperto di Nomisma Energia ci vogliono altri rigassificatori, oltre ai tre di cui l’Italia già dispone. "Il rigassificatore di Porto Empedocle potrebbe entrare in funzione molto velocemente, se acceleriamo su quel progetto", spiega Tabarelli. Poi bisognerebbe potenziare il Tap, il gasdotto che fa arrivare in Puglia il gas dall’Azerbaijan e che è stato finalmente messo in funzione, dopo essere stato osteggiato per anni. Solo con queste nuove infrastrutture, che ci consentano di importare gas da altri fornitori, potremo stendere una rete di salvataggio che non ci lasci scoperti in futuro, quando avremo da fronteggiare altre impennate del satrapo insediato al Cremlino.

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