NON SOLO RINCARI delle bollette. La crescita del costo delle materie prime avrà ricadute importanti anche sui prezzi dei prodotti alimentari al dettaglio, come il pane e la pasta, per i quali si prevedono incrementi rilevanti, anche di un euro al chilo. "Abbiamo constatato notevoli aumenti, in particolare per la semola che ha raggiunto i 3040 euro al quintale, e per le farine tenere che sono arrivate a 10 euro", spiega Domenico Filosa, presidente di Unipan Campania Confcommercio. Confesercenti ha calcolato a luglio 2021 un incremento dei prezzi all’origine pari al 10% rispetto all’anno precedente per il frumento duro e del 17,7% per il frumento tenero. La spinta principale ai rincari dei prodotti alimentati al dettaglio è data dalla crescita dei prezzi dei cereali, ma anche degli oli vegetali (tra cui l’olio di palma), dello zucchero e dei prodotti caseari. L’indice benchmark della Fao, il Food Price Index, che tiene traccia dei prezzi sui principali mercati mondiali ha registrato un +18% in 7 mesi consecutivi di crescita, un livello che non...

NON SOLO RINCARI delle bollette. La crescita del costo delle materie prime avrà ricadute importanti anche sui prezzi dei prodotti alimentari al dettaglio, come il pane e la pasta, per i quali si prevedono incrementi rilevanti, anche di un euro al chilo. "Abbiamo constatato notevoli aumenti, in particolare per la semola che ha raggiunto i 3040 euro al quintale, e per le farine tenere che sono arrivate a 10 euro", spiega Domenico Filosa, presidente di Unipan Campania Confcommercio. Confesercenti ha calcolato a luglio 2021 un incremento dei prezzi all’origine pari al 10% rispetto all’anno precedente per il frumento duro e del 17,7% per il frumento tenero. La spinta principale ai rincari dei prodotti alimentati al dettaglio è data dalla crescita dei prezzi dei cereali, ma anche degli oli vegetali (tra cui l’olio di palma), dello zucchero e dei prodotti caseari.

L’indice benchmark della Fao, il Food Price Index, che tiene traccia dei prezzi sui principali mercati mondiali ha registrato un +18% in 7 mesi consecutivi di crescita, un livello che non veniva registrato dai tempi della durissima crisi inflazionistica del 2011-2012. Complessivamente, il rialzo dei prezzi ha preso forza negli ultimi mesi del 2020. Insieme alla rapidità di incremento, ciò che preoccupa i governi mondiali è la possibile persistenza del fenomeno ben oltre il 2021. È sempre meno verosimile, infatti, la rassicurante ipotesi di un’inflazione dei beni alimentari transitoria, dovuta al semplice recupero dei livelli pre-pandemia. Anzi, è verosimile che la pandemia abbia provocato cambiamenti permanenti nel comportamento dei consumatori e dei principali operatori del mercato che possono esacerbare la crescita dei prezzi.

Alla base della fiammata c’è una forte pressione alla ricostituzione delle scorte da parte delle grandi economie emergenti: Cina, India, Brasile. La Cina, in particolare, ha inondato il mercato di richieste su tutto lo spettro dei beni acquistabili. Il governo ha utilizzato una quota significativa di riserve durante la prima fase critica della pandemia, tra gennaio e marzo 2020, per ridurre l’impatto potenzialmente incontrollato della crescita dei prezzi. Nei mesi successivi, Pechino ha avviato un piano aggressivo di ricostituzione delle scorte, che ha coinvolto anche il settore dell’allevamento e quello dei cereali utilizzati per l’alimentazione animale, fortemente colpiti dalla peste suina africana. Le importazioni cinesi di mais dagli Usa sono triplicate in pochi mesi, da 7 a 22 milioni di tonnellate, e il governo è intenzionato ad aumentare le richieste. Sono raddoppiati anche gli ordini di grano da parte dei principali importatori medio-orientali e del Nord-Africa, riflettendo una nuova logica prudenziale, influenzata dalle precedenti esperienze di crisi e dai danni inflitti dalla pandemia.

È verosimile che la crisi attuale spinga la maggior parte dei governi dei Paesi emergenti verso la costituzione di scorte alimentari strategiche, in analogia con quanto accaduto dopo le crisi petrolifere globali degli anni ’70 e quelle valutarie degli anni ’90 in Asia. Per di più c’è la crisi del clima, che diventa sempre più secco nelle fasce temperate: la predominanza del fenomeno della Niña (un raffreddamento ciclico delle acque superficiali nell’oceano Pacifico) sta contribuendo al razionamento dell’offerta di commodities alimentari, in special modo di grano e riso. La siccità ha colpito i raccolti in tutto il mondo, specialmente nel Sud America, più esposto al rischio climatico, ma anche la Russia sta subendo conseguenze significative. A ciò si sovrappone un problema di distribuzione logistica, più evidente sul mercato del riso in Asia: negli ultimi mesi il costo del trasporto merci via mare è raddoppiato mentre i tempi medi di attesa per l’evasione di ordini sono arrivati a 3-4 mesi. Le prospettive di rialzo dei prezzi a breve termine stanno attirando infine gli investitori più aggressivi dell’ecosistema finanziario: hedge funds e altri speculatori hanno iniziato ad alimentare il rally nella seconda metà del 2020. A fine dicembre, gli speculatori detenevano posizioni "lunghe" nette in futures e opzioni su materie prime agricole a livelli record, dopo 22 settimane consecutive di rialzi senza precedenti, e il fenomeno è continuato quest’anno, con posizioni rialziste che rimangono vicine ai massimi pluriennali.

Le conseguenze della fiammata dei prezzi dei beni alimentari si stanno già facendo sentire sulle aree più deboli. L’inflazione delle commodities alimentari può essere molto pericolosa dal punto di vista della stabilità politica delle economie importatrici, specie se queste non possono far fronte all’incremento dei costi attingendo a riserve valutarie o ricorrendo a forme alternative di funding come l’emissione di debito estero. Nel 2007-2008, la più grave siccità del XXI secolo fece balzare i prezzi a livelli record, innescando rivolte alimentari in numerosi Paesi africani. Nel 2010 il divieto di esportazione di grano da parte della Russia portò al più grave evento mai registrato di inflazione alimentare, che funse da innesco ai sommovimenti sociali in Medio Oriente che portarano alla ‘Primavera Araba’. Pochi giorni fa, in Kashmir, le prime proteste violente per l’aumento dei prezzi del grano hanno rialzato la tensione in una regione ad alto rischio geopolitico.