21 mar 2022

Arriva la tassonomia sociale, l’Ue detta cos’è sostenibile

Dopo quella energetica e le polemiche sul nucleare, Bruxelles stabilisce le caratteristiche di cosa può essere considerato in linea dal punto di vista della sostenibilità sociale

francesco delzio
Economia
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Obiettivo: il rispetto degli ESG

Cosa è la "tassonomia" (sociale)? Una parola esoterica per i più, almeno fino a quando la Commissione Europea non l’ha scelta come mantra della sostenibilità dei prossimi decenni per aziende e istituzioni nazionali. Perché nell’era della sostenibilità (in cui siamo immersi oggi), la prima fondamentale questione è classificare ciò che è sostenibile, distinguendolo da ciò che non lo è. Impresa non facile e non priva di insidie, come dimostra la contestatissima decisione della Commissione di includere il nucleare e il gas metano tra le energie sostenibili. Il 28 febbraio scorso, il gruppo permanente di esperti incaricato dalla Commissione di sviluppare le politiche per la finanza sostenibile ha presentato ufficialmente il Final Report sulla "Social Taxonomy": il risultato di 18 mesi di lavoro spesi per individuare le attività economiche socialmente sostenibili.

Un documento apparentemente molto tecnico, che tuttavia un gran numero di dirigenti e funzionari di aziende e istituzioni nazionali sta analizzando con attenzione per il suo grande valore strategico: fungerà infatti da bussola di riferimento per le prossime norme europee sul fronte della sostenibilità. Perché la "tassonomia sociale" è, in realtà, soltanto l’ultimo tassello di un puzzle piuttosto complesso fatto di direttive e di regolamenti, in cantiere e in vigore, con cui l’Unione Europea ha conquistato (di gran lunga) la leadership mondiale della regolazione nella corsa globale alla sostenibilità.

Tra le novità importanti in arrivo, quella più impattante sulle imprese è costituita dalle nuove informative di carattere non finanziario che le società quotate in Borsa saranno presto chiamate a redigere: è ancora in discussione, ma in dirittura d’arrivo, la direttiva europea CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) che aprirà una nuova era di "trasparenza sociale" delle imprese quotate verso investitori e istituzioni, consumatori e stakeholders. La direttiva attribuirà infatti al Report aziendale di Sostenibilità pari dignità rispetto al bilancio economico-finanziario, integrando le norme previste dal regolamento europeo SFDR (Sustainability Finance Disclosure Regolation), già in vigore, sulla comunicazione agli investitori da parte dei servizi finanziari. Promette innovazioni normative ancor più rilevanti, se possibile, la Strategia Europea approvata dalla Commissione UE il 6 luglio dello scorso anno: l’obiettivo è definire misure che incoraggino (o vincolino) le imprese del Vecchio Continente ad adottare i principi ESG, sviluppando strategie di business sostenibile che incidano positivamente sull’ambiente, sulla società e sulla governance delle imprese stesse, e che accelerino la corsa già in atto della finanza sostenibile.

Sotto questo profilo, Bruxelles sta immaginando uno standard di riferimento volontario per i green bond che dovrebbe consentire a imprese ed enti pubblici che lo adottino di raccogliere con più facilità risorse per investimenti a tutela dell’ambiente. Di fronte a tale dispiego di mezzi normativi, preoccupano due rischi oggettivi. Il primo è l’iper-regolamentazione: un "vizio" che noi italiani, campioni del mondo nella produzione di norme, conosciamo bene. Il secondo, anch’esso ben noto alle nostre latitudini, è l’eccesso di vincoli per le nostre imprese. Perché se è già il mercato a spingere nella direzione della sostenibilità, imporre vincoli e standard superiori può avere solo un effetto paradossale: frenare il processo.

fdelzio@luiss.it

@FFDelzio

 

 

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