A sinistra, nella foto tonda, Aurelio Agnusdei, vice presidente sales di Grenke
A sinistra, nella foto tonda, Aurelio Agnusdei, vice presidente sales di Grenke

Lusso e turismo. Sono stati questi i due settori che, almeno inizialmente, sono sembrati più esposti agli effetti negativi del coronavirus. Non poteva essere altrimenti: l’Italia è meno dipendente degli altri principali Paesi europei dall’export verso la Cina. Poi, però, il contagio si è diffuso anche qui e la situazione si è complicata. Adesso, la preoccupazione è generale e la stima di un danno di un decimo di punto percentuale di Pil appare riduttiva. Tanto che anche il Financial Times paventa il rischio di una recessione per la nostra economia, che potrebbe pagare un prezzo pesante al diffondersi del virus. E la situazione di partenza non era certo delle migliori: la stima più positiva, quella dell’Ocse, dà l’Italia in crescita dello 0,4% nel 2020. La peggiore nel mondo, tra quelle in positivo.

Vediamo, però, quali sono gli effetti concreti sui business di due aziende che operano in Italia, in particolare nel Nord. Grenke, ad esempio, è un’azienda tedesca presente in 32 paesi con un’offerta di servizi finanziari rivolti alle Pmi come leasing, banking e factoring. In Italia Grenke è la prima società di noleggio beni strumentali e nel 2019 ha sostenuto gli investimenti di 70mila aziende italiane. «L’emergenza in atto ha avuto un impatto notevole sulle nostre attività dal punto di vista dell’organizzazione – racconta Aurelio Agnusdei, vice presidente sales di Grenke – Ci siamo trovati in poche ore a dover modificare le nostre abitudini quotidiane. Avevamo in atto alcuni progetti pilota di smart working, questa situazione ci ha costretti a forzare le tappe e ad estenderlo su vasta scala. Meeting e visite ai clienti sono stati sostituiti da videoconferenze, le telefonate in entrata sono state veicolate sui dispositivi mobili, consentendo ai dipendenti di lavorare da casa».

È ancora presto, comunque, per fare una stima dei danni, ma in Grenke si aspettano «sicuramente un impatto sui numeri nel breve periodo – come nota Agnusdei – Credo però che sul medio-lungo periodo gli effetti saranno assorbiti. Questa emergenza, una volta terminata, ci consegnerà la consapevolezza che un nuovo modo di lavorare è possibile. Meno spostamenti, meno inquinamento, gestione flessibile del tempo. Difficilmente sarà possibile tornare indietro dopo questa esperienza».

Questa situazione potrebbe causare un calo della crescita pure di Europe Energy, anche perché «il 70% dei clienti è nel Nord Italia», come spiega il fondatore dell’azienda, Matteo Ballarin. «Il coronavirus – afferma – potrebbe causare una frenata della nostra crescita: dalla riduzione dei consumi al blocco delle vendite. E, soprattutto, se dovessimo ridimensionare il personale, avremmo un forte impatto nel servizio che diamo ai clienti per l’assenza di organico». La società è nata nel 2007 come operatore trading di energia elettrica e gas e ha costruito negli ultimi vent’anni una piattaforma logistica in grado di consegnare energia ovunque in Europa. Sono in particolare quattro gli aspetti che preoccupano Ballarin.

«Il primo è la riduzione dei consumi, quindi un impatto diretto sul nostro fatturato. Se la situazione dovesse perdurare, potremmo essere costretti a rinegoziare i nostri contratti di acquisto ed approvvigionamento di materia prima. Inoltre, il secondo elemento da tenere d’occhio è nella gestione del personale. Noi infatti noi siamo una Pmi, abbiamo un organico di 90 dipendenti e dobbiamo garantire un servizio h24. Per strutture come la nostra è più difficile attuare lo smart working. E questo comporterebbe il rischio di un calo nella produttività». Provando, però, ad entrare nella testa di un imprenditore con le sue preoccupazioni scopriamo che il canale di vendita fisico (anche se quello digitale cresce e in questo caso raggiunge il 30% del business) «subisce dei blocchi perché i prodotti sono ancora fortemente caratterizzati dalla vendita diretta, pertanto stiamo rischiando un calo nei volumi di produzione dai nostri canali fisici», aggiunge Ballarin.

Infine, c’è il possibile, ma ancora non certo, decreto per salvaguardare le zone rosse che prevederebbe la possibilità di non pagare le bollette di luce e gas. Provvedimento che, ovviamente, verrebbe incontro a cittadini in una situazione di estrema difficoltà. «Ma che non potrebbe essere preso senza pensare ad aziende come la nostra che l’energia per rifornire quei clienti l’hanno comprata e distribuita, esponendosi economicamente», conclude Ballarin.