Il ministro dell'Economia Giovanni Tria (LaPresse)
Il ministro dell'Economia Giovanni Tria (LaPresse)

Roma, 12 giugno 2019 - C’è un convitato di pietra nella prima riunione del consiglio dei ministri dopo il voto che condiziona tutto, anche quando si parla d’altro. È lo spettro della procedura d’infrazione per debito che ieri, con il disco verde del comitato economico finanziario, si è avvicinata di un altro passo. La sopravvivenza del governo dipende dalla capacità di evitarla. Su questo, i segnali inviati da Conte e Tria sono inequivocabili. Sfuggire a una procedura che per l’Italia significherebbe commissariamento per 5 anni è un imperativo categorico, in caso contrario premier e ministro dell’Economia lascerebbero e l’esecutivo non ci sarebbe più.

Il premier assicura di avere un mandato pieno per condurre la trattativa: "Se non lo avessi non resterei al mio posto". Ancor più eloquente, la cautela sui ‘numerini’ di Salvini: bisogna fare di tutto per non sforare il 3%. E in vista della legge di bilancio, per rimanere nei parametri cala un asso: una sanatoria con un’imposta forfettaria per far emergere "miliardi di risparmi e denaro in contante fermi nelle cassette di sicurezza. Con questa nuova pace fiscale daremmo il diritto di utilizzarli e lo Stato incasserebbe miliardi da reinvestire per la crescita". Nel frattempo, la squadra procede guardinga, per non rendere in questa fase più arduo quello che Tria di fronte alle Camere definisce "un dialogo costruttivo alla ricerca di un compromesso che è nel nostro interesse".

Come farcela? La carta che Roma intende giocare evitando manovre correttive l’illustra il ministro e la conferma Conte: le previsioni della Commissione sono sbagliate. "I conti del governo sono stati prudenti: ci sono 1,2 miliardi di euro che avanzano dalla spesa prevista per quota 100 e per il reddito di cittadinanza, pari allo 0,7% del Pil". Il ministro ritiene che il deficit non sarà al 2,5%, come nei conti di Bruxelles, ma "scenderà fino al 2,1%". Conte è più misurato: "Arriveremo al 2,2. Spiegherò a Juncker, che con la Grecia sbagliò, la nostra politica". Cifre su cui il Carroccio basa la sua strategia: il 9 luglio l’Ecofin – ragionano a via Bellerio – dovrebbe evitare la procedura perché lo scostamento non c’è. Della legge di bilancio, che deve contenere flat tax e taglio delle tasse, si parlerà in autunno, con una diversa Commissione e si vedrà".

Il calcolo rischia di essere ottimista: nel mirino dell’Europa c’è la prossima manovra. Che il problema sia lì lo sanno tutti. "Ci lavoreremo in anticipo", avverte Conte che vede oggi a Chigi i due vice assieme a Tria e ai tecnici del Mef per parlarne. Ora: anche nell’ipotesi che l’Ecofin chiudesse il caso in luglio, lo farebbe per riaprirlo al momento della presentazione della legge di bilancio. È su quel piano che va cercato il compromesso al quale mira Tria: non è facile, bisognerà vedere quanto sarà disposta a concedere Bruxelles e quanto sarà disposta a ingoiare la maggioranza, in particolare la Lega. In parte la possibilità di arrivare al compromesso dipenderà dai negoziati a tutto campo che si svolgeranno nelle prossime settimane con la Ue. Anche questo è un fronte scabroso: il Carroccio vorrebbe come ministro per l’Europa Bagnai, ma c’è il dubbio che la mossa si riveli disastrosa sul piano diplomatico per le posizioni anti Ue del professore: ecco perché torna a circolare il nome di Picchi. Ancora più delicata l’indicazione del commissario Ue: il più quotato è Giorgetti, ma nonostante la stima che lo circonda anche in ambienti Bce non è escluso che il Parlamento europeo bocci la candidatura.