di Davide Gaeta

Così com’è avvenuto per altri settori industriali della nostra economia, anche per il sistema agribusiness l’incidenza dei consumi intermedi e dei servizi sul costo di produzione è cresciuta a dismisura negli ultimi anni. Lo sanno bene gli imprenditori che ricevono richieste di pagamenti da un lungo elenco da fornitori, professionisti, società di servizi che svolgono per conto dell’impresa a vario titolo prestazioni di servizi. Parte di queste tangibili, come mangimi e fitofarmaci per esempio o i servizi come quelli telefonici, acqua, luce, gas; parte prestazioni immateriali come pratiche legali, atti amministrativi, servizi di certificazione di prodotto e processo, consulenze tecniche.

Qualche dato può aiutare a capire l’incidenza dei servizi sull’economia d’impresa agraria. Negli ultimi anni la media di incidenza, nelle aziende dell’Ue, dei consumi intermedi è stata del 60% con l’Italia e Spagna che si attestano sul 43%, la Germania sul 65%, la Svezia e Danimarca oltre il 70%. Di questi costi la quota dei servizi è cresciuta progressivamente specie nelle voci di più difficile controllo. Si pensi al recupero crediti e relative pratiche legali, la contabilità e le attività di gestione amministrativa affidate agli studi esterni, le spese dei servizi energetici che schizzano nei periodi estivi specie per chi deve gestire il controllo del freddo nel processo produttivo.

Non si tratta solo di incidenza di costo, che pur erode fortemente i margini sulle vendite rendendo sempre meno remunerativa l’attività dell’imprenditore. Si tratta anche dei costi definiti dagli economisti ‘di transazione’. I tempi persi e l’inefficienza del sistema che gli imprenditori conoscono bene. La competitività del sistema agroalimentare italiano passa anche, e molto, da qui. Forse le Autority preposte dovrebbero ricordarselo.

Davide.gaeta@univr.it