Sergio Marchionne e Mike Manley (Ansa)

Milano, 22 luglio 2018 - Da uomo illuminato Sergio Marchionne aveva previsto un passaggio del testimone più graduale. La malattia che l’ha colpito brucia i tempi della successione e lascia nelle mani del nuovo ceo, Mike Manley, un’eredità complicata da gestire. Il manager inglese, capo del brand Jeep, aveva già un ruolo centrale nel piano Fca presentato da Marchionne il primo giugno scorso. Ma ora tocca subito a lui gestire in prima persona quel progetto industriale e realizzare gli obiettivi annunciati per i prossimi quattro anni.

Nei punti chiave del suo programma Marchionne identificava il brand Jeep come il marchio principale per il futuro del gruppo. Il lancio di nuovi modelli (Renegade, Cherokee e Wrangler) e la qualità italiana (Renegade è costruita a Melfi) hanno favorito la fortissima crescita di Jeep in Nordamerica. Toccherà a Manley rafforzare questo successo e consolidare l’immagine di Jeep in Europa e in Cina, mercato che il manager inglese conosce a menadito. Stesso discorso per Ram, altro brand globale già gestito da Manley.

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Ma il primo ceo non italiano di Fca saprà valorizzare l’antica anima del gruppo? Saprà gestire il complicato risiko degli stabilimenti Fiat che hanno già acceso l’allarme nei sindacati dopo la presentazione del piano di Marchionne? Le paure sono giustificate perché nel futuro di Fca molti modelli Fiat spariranno per concentrare forze e produttività sul brand 500. Ma Alfa Romeo e Maserati dovrebbero compensare i grandi vuoti lasciati da vetture storiche con la produzione e di nuovi modelli (attesi due Suv Alfa) e col rafforzamento del polo del lusso Mirafiori-Grugliasco. Se l’obiettivo è di produrre 400mila Alfa Romeo l’anno e 100mila Maserati entro il 2022, le opportunità non mancano. Non sarà facile per Manley calarsi in un questa complessa realtà produttiva e industriale ma il nuovo ruolo glielo impone e tutte le componenti sindacali già gli chiedono a una voce di seguire il solco tracciato da Marchionne.

I 45 miliardi di investimenti di qui al 2022 e i 13,5 destinati alla produzione di nuovi modelli lasciano al ceo inglese margini di manovra ma nel disegno globale vagheggiato dal suo predecessore l’Italia conserva un ruolo importante per risorse industriali, commerciali, tecnologiche ed estetiche. Insomma la patria del design e della progettualità applicata all’auto reclama il suo spazio.

Ma altre sfide cruciali attendono il nuovo numero uno di Fca, come quella dell’elettrificazione dei modelli (stanziati 9 miliardi di euro) e della guida autonoma. Su questi binari irrinunciabili corre l’auto del futuro e anche un manager realista come Marchionne aveva capito che Fca non poteva più rinviare la sfida. Così la rivoluzione elettrica è diventata centrale nell’ultimo piano industriale, che mira anche a ri-distendere i rapporti con Trump in tema di dazi e di inquinamento. Nel Paese che ha fatto scoppiare il Dieselgate e ha rifilato multe salatissime pure a Fca, serve un biglietto da visita immacolato.

Proprio per questo una Fca sempre più americana avrebbe accesso più facile al mercato statunitense. Anche in virtù di alleanze industriali, come quella con Waymo, per la produzione di veicoli di serie a guida autonoma. Ultimo nodo da sciogliere per Manley quello di una possibile fusione con altri grandi gruppi della galassia automotive. Marchionne ha fatto ripetuti sondaggi e ha resistito alla tentazione, trovando sempre nuove risorse per capitalizzare. Ma se il piano industriale appena tracciato mostrasse qualche falla, nulla vieta che Manley riprenda il filo di qualche trattativa per costruire una Fca sempre più globale e sempre meno italiana.

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