Un robot collaborativo potrebbe ricevere i pazienti, eseguire un tampone. e misurare la temperatura
Un robot collaborativo potrebbe ricevere i pazienti, eseguire un tampone. e misurare la temperatura

di Elena Comelli

I robot ci sveglieranno la mattina, ci prepareranno la colazione, riordineranno casa, la sorveglieranno, assisteranno i più anziani, accompagneranno i nostri figli a scuola e li aiuteranno a fare i compiti, porteranno fuori il cane e si prenderanno cura di noi quando ci ammaleremo. C’è da crederci? Dopo l’esperienza della pandemia di Covid-19, questo scenario ipotizzato dall’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova diventa più plausibile. Il lockdown ha cambiato il lavoro e accelerato i processi di automazione già in atto.

In particolare, la pandemia di Covid-19 ha aperto uno spazio nuovo per i cobot, i robot collaborativi che interagiscono fisicamente con le persone nello spazio di lavoro, contrariamente ai robot industriali adottati fino ai primi anni Duemila, che erano progettati per operare in maniera autonoma. "Nell’industria, l’introduzione nella produzione di robot collaborativi avrebbe permesso nell’emergenza Coronavirus di mantenere aperte buona parte delle fabbriche, garantendo la sicurezza dei lavoratori e limitando l’impatto negativo sull’economia", sostiene Arash Ajoudani, a capo del laboratorio Human-Robot Interfaces and physical Interaction dell’Iit. Anche nel campo della medicina, sottolinea Ajoudani, si sarebbero potuti introdurre cobot in ospedale, che svolgendo compiti semplici come la consegna di farmaci o la misurazione della temperatura ai pazienti positivi in isolamento, avrebbero ridotto l’esposizione del personale al contagio. "Un robot su una piattaforma mobile, con una o due braccia meccaniche, potrebbe ricevere i pazienti, misurare la temperatura con una telecamera a infrarossi, eseguire un tampone e consentire al personale sanitario di lavorare in sicurezza", precisa Ajoudani. Strumenti adatti a queste operazioni esistono già, a partire da quando sono stati introdotti sul mercato a metà degli anni 2000, prima da General Motors e poi dalla tedesca Kuka, dalla giapponese Fanuc, dalla danese Universal Robots e altre. I cobot sono robot antropomorfi con movimenti su sei assi, di dimensione compatta e molto flessibili, studiati per lavorare a stretto contatto con l’operatore anche senza barriere protettive. L’idea di fondo è di trovare applicazione anche in ambiti mai automatizzati.