Giovani a rischio povertà
Giovani a rischio povertà

Roma, 17 aprile 2018 - Avere un lavoro, di per sé, non mette al riparo dal rischio povertà. E se è vero che l’Italia sta uscendo o è uscita, a seconda dei punti di vista, dalla grande recessione e ha agganciato la ripresa, le ferite, soprattutto sul fronte dell’occupazione, sono ancora largamente da rimarginare. Non solo i livelli di impiego pre-crisi restano non completamente raggiunti, ma il nostro Paese, "insieme a Grecia, Romania e Spagna, è uno dei Paesi Ue in cui il rischio di vivere in una famiglia povera nonostante si abbia una occupazione è tra i più alti e sistematicamente in crescita almeno dall’inizio della crisi".

IL COMMENTO Stipendi in retromarcia - di G.CANE'

A certificarlo, sulla base degli ultimi dati Eurostat, è la sociologa Chiara Saraceno in un contributo per il sito di demografia www.neodemos.it. Il rischio di ritrovarsi in una condizione di grave disagio socio-economico, pur avendo un lavoro, "riguarda l’11,7% degli occupati, con un aumento di 2,2 punti percentuali rispetto al 2010". E, come è immaginabile, "le percentuali sono molto più alte tra chi ha contratti a termine (16,2%) o a tempo parziale (15,8%), specie se si tratta dell’unico o principale percettore di reddito in famiglia". La discontinuità delle carriere e dei percorsi lavorativi, dunque, si riflette immediatamente sul livello di reddito percepito. Ma - osserva la Saraceno - "anche chi ha un contratto a tempo pieno e indeterminato non è del tutto esente dal rischio di povertà: ne è coinvolto il 7,8% degli occupati". Un fenomeno che "riguarda più gli uomini che le donne occupate, perché i primi sono più spesso gli unici o principali percettori di reddito in famiglia; anche se quando sono le donne ad avere questo ruolo, il rischio di povertà è maggiore dato che i loro salari sono in generale più bassi di quelli maschili".

Il problema salariale, dunque, si pone anche per i lavoratori stabili e tocca sia la povertà relativa, alla quale si riferiscono i dati Eurostat, sia, e in maniera più drammatica, la povertà assoluta: nel 2016 "risultava in povertà assoluta – insiste la studiosa – il 6,9% delle famiglie in cui la persona di riferimento era occupata dipendente, a fronte del 6,3% di tutte le famiglie, ma il 12,6% se si trattava di un operaio o assimilato". Ma quali sono le cause del rischio povertà anche per chi un lavoro lo ha? "Può trattarsi – spiega la Saraceno – di salari troppo bassi in famiglie monoreddito con più componenti".

Ma ci si può trovare di fronte alla situazione per la quale "gli unici redditi da lavoro presenti in famiglia sono parziali e intermittenti, un fenomeno sempre più diffuso, specie tra i più giovani, in un mercato del lavoro in cui ad aumentare sono stati soprattutto i contratti di lavoro a tempo determinato e/o a part time involontario; o una combinazione delle due cose". Il rischio povertà con lavoro, in definitiva, si concentra sia tra le famiglie giovani, ove sono maggiormente concentrati i contratti di lavoro precari, sia tra le famiglie con figli minori, ove maggiore è il rischio di uno squilibrio tra reddito e consumo. E l’esistenza di lavoratori poveri "impone – questa la conseguenza che trae la Saraceno - di ripensare sia le politiche del lavoro sia quelle di sostegno al reddito". Con tre nodi da sciogliere: la qualità e remunerazione del lavoro, le difficoltà delle donne a entrare e rimanere nel mercato del lavoro, il sistema di trasferimenti per alleggerire il costo dei figli.