QUALCHE giorno fa sono stato coinvolto in un interessante dibattito televisivo sul tema del lavoro, in un Paese dove il lavoro non c’è, è mal pagato, dove i contratti e le tutele sono sempre meno stabili. E dove, qualche volta, qualche multinazionale promette di investire su un territorio – magari al Sud –, prende fior di incentivi, impianta uno stabilimento, poi dopo qualche anno scappa e delocalizza.

Il più delle volte perché ‘scopre’ che

ad Est il costo del lavoro è più basso e le competenze degli operai italiani si possono delocalizzare, insieme alle macchine, abbastanza in fretta.

È una storia brutta, vecchia, ma alla quale la politica nazionale difficilmente potrà trovare un antidoto. Dico questo perché, proprio su questo punto, ho avuto modo mercoledì scorso di confrontarmi con alcuni esponenti politici: qualcuno è convinto che la vecchia ricetta del Movimento 5 Stelle (nella foto il capo politico Luigi Di Maio) di ‘multare’ le società che – dopo aver percepito incentivi per aprire attività in Italia – decidano di delocalizzare possa in qualche modo risolvere il problema della fuga all’estero delle aziende, in particolare quelle industriali.

Temo che sia la, solita, pia illusione. Per due motivi:

il primo è che il mercato vince sempre. Chi delocalizza lo fa – e affronta un costo per il trasferimento – o perché questo è l’unico modo che ha di restare, vivo, sul mercato oppure perché, conti alla mano, è certo che gli ampi margini garantiti dall’operazione ripagheranno lo sforzo.

E con esso anche eventuali ‘multe’. Non si scappa.

L’UNICA soluzione sarebbe intervenire

a livello sovranazionale, iniziando magari da Bruxelles, dove, da anni si parla di un sistema fiscale unificato. Se si avesse la forza di partire da qui, per costruire un sistema di regole comuni per tutti i Paesi membri, allora forse le aziende inizierebbero ad avere gioco meno facile

a scappare da Napoli per trasferirsi

in Polonia.