Alessandro Ramazza, presidente Assolavoro (Ansa)
Alessandro Ramazza, presidente Assolavoro (Ansa)

Roma, 24 gennaio 2020 - "I dati sul Reddito di cittadinanza confermano, com’era ampiamente prevedibile, che questa soluzione non determina percorsi verso il lavoro. Al contrario: dall’esperienza empirica emerge che in alcuni casi rischia di essere addirittura un disincentivo. Molti giovani, per esempio, cominciano a tenersi alla larga da Garanzia Giovani – nata per favorire la loro occupabilità – poiché non è chiaro se parteciparvi implicherebbe proprio la perdita del Reddito di cittadinanza". Alessandro Ramazza, Presidente di Assolavoro, l’Associazione delle Agenzie private per il lavoro, è netto. E, d’altra parte, i numeri non ammettono sfumature. Ma è altrettanto deciso nel proporre "due mosse a costo zero per uscire da questo pantano: la revisione del Decreto Dignità per favorire l’avvicinamento delle persone al lavoro tutelato e l’apertura di un confronto vero per capire quali sono le condizioni minime affinché la rete dei privati possa fornire un reale contributo nella gestione delle cosiddette transizioni del mercato del lavoro".  

Perché il Reddito si sta rivelando un flop come via per l’occupabilità?

"Perché andrebbe riconosciuto da tutti per onestà intellettuale che è una misura contro la povertà, ha un rilievo sociale, ma non è una politica attiva del lavoro né tantomeno una misura per favorire l’occupazione delle persone. Per perseguire questo obiettivo, invece, si può fare tesoro di quanto già sperimentato con successo tanto in Italia quanto in altri Paesi. L’incontro di domanda e offerta di lavoro non è questione meramente algoritmica di incrocio dei dati, pure essenziale. Richiede professionalità sviluppate negli anni, conoscenza del territorio di riferimento e delle imprese che vi operano, delle dinamiche del mercato del lavoro in termini anche predittivi delle professionalità già oggi carenti e che mancheranno ancora di più in futuro, preparandoci per tempo. Per fare questo occorre un sistema integrato di soggetti pubblici e privati che cooperino in maniera intelligente capace di erogare servizi che vanno dall’orientamento, alla formazione, al lavoro e al reinserimento ove necessario". 

Professionalità e servizi che non si possono inventare in pochi mesi con i navigator. 

"Posso dire che le Agenzie per il lavoro fanno queste cose da oltre venti anni: nell’ultimo anno, nonostante le difficoltà, oltre 800mila persone hanno avuto accesso a un lavoro con tutte le garanzie, le tutele e la retribuzione del lavoro dipendente attraverso le Agenzie. E continuano a crescere i lavoratori in somministrazione assunti a tempo indeterminato, che hanno raggiunto quota 90 mila". 

Come si può uscire dal pantano in cui è finito il Reddito? 

"In questo scenario l’invito, ancora una volta, è quello di partire dall’esperienza invece di insistere in narrazioni che inevitabilmente si infrangono sul muro della realtà. Noi abbiamo formulato più proposte a costo zero".  

Quali? 

"La prima riguarda il come avvicinare le persone al lavoro. Un ragionamento serio su questo punto implica una valutazione sugli effetti del decreto Dignità, e l’introduzione dei necessari correttivi. Le causali e i costi aggiuntivi sul lavoro flessibile con maggiori garanzie per il lavoratore, ovvero la somministrazione e il lavoro a tempo determinato, se da una lato hanno accelerato le stabilizzazioni delle professionalità più 'alte', hanno dall’altro incentivato il turn over di larghe coorti di lavoratori, molti dei quali sono scivolati verso forme di contratti meno tutelanti e hanno incrementato in maniera esponenziale il part-time involontario. L’avvicinamento al lavoro avviene anche mediante forme di impiego - ovviamente accompagnate da tutte le tutele e le garanzie per evitare abusi - non necessariamente a tempo indeterminato ab initio, come pure tutti vorremmo. Un correttivo sulle causali alla luce di quanto emerso dalla sperimentazione del Decreto Dignità e in generale un approccio che miri alla qualità del lavoro e delle tutele, espungendo forme di occupazione irregolari o senza alcuna garanzia, faciliterebbero un percorso di avvicinamento e di recupero delle persone più deboli nel mondo del lavoro". 

L’altra proposta? 

"L’altra proposta riguarda i servizi al lavoro e la formazione. In attesa che il piano di rafforzamento dei servizi pubblici, navigator compresi, cominci a dare qualche pur minimo risultato sarebbe utile sedersi a tavolo e capire quali sono le condizioni minime affinché la rete dei privati possa fornire un reale contributo nella gestione delle cosiddette transizioni del mercato del  lavoro, quali i servizi che occorrono realmente, quali le modalità di presa in carico e gestione dei cittadini. Infine sulla formazione – materia di competenza regionale – è forse giunto il momento di rendere obbligatorio l’obbligo di placement, pena la perdita di risorse economiche. Basterebbe prevedere che chi usa fondi pubblici per fare formazione possa accedere a quelle risorse solo se almeno un terzo dei formati trova una occupazione. E, dunque, se cominciassimo a usare le ingentissime risorse disponibili sulla formazione professionale per finanziare la domanda (le esigenze delle persone) e non l’offerta (i budget dei centri di formazione), avremmo già fatto un bel passo in avanti".