Giovanni Farese
Giovanni Farese

Roma, 1 dicembre 2020 - Una super cabina di regia. È questo il piano del premier Giuseppe Conte per gestire i fondi della Unione europea. Quei 209 miliardi del Next generation Ue che dovrebbero consentire all’Italia di ripartire, dopo il terremoto della pandemia da Coronavirus. Una cabina di regia che, sotto la supervisione dello stesso presidente del Consiglio, vedrà in prima linea i ministri Roberto Gualtieri (Economia), Stefano Patuanelli (Svilluppo) ed Enzo Amendola (Affari Ue) e una squadra di sei manager che saranno coaudivati dal una task force di 300 tecnici. Una partita che per il nostro Paese è fondamentale per non finire fuori gioco, come ci spiega il professor Giovanni Farese associato di Storia dell’economia nell’Università Europea di Roma, dove insegna anche Storia del pensiero economico. Nel 2017 è stato Marshall Memorial Fellow del German Marshall Fund of the United States. E’ membro del Bretton Woods Committee. Ha svolto seminari in istituzioni quali l’Accademia Cinese delle Scienze Sociali-CASS e il Royal Institute of International Affairs, più noto come Chatham House. 

Professor  Farese, è quasi un anno che 'onviviamo' con il Coronavirus, purtroppo i danni sul piano sanitario li conosciamo (devastanti sul piano delle vite umane) ma ci sono anche quelli economici. Il recovery fund potrà aiutare l'Europa a ripartire davvero? Il veto posto da Polonia e Ungheria sul Bilancio europeo può pregiudicare questo percorso?
"Purtroppo, siamo ancora in stand-by, in Europa e in Italia. In Europa perché l’approvazione del bilancio 2021-2027 al quale è collegato il Fondo per la ripresa è bloccato, al momento, dal veto di Polonia e Ungheria, che rifiutano l’idea che l’erogazione dei Fondi sia in qualche modo collegata al rispetto dello Stato di diritto (che è uno dei valori comuni, ex art. 2 del Trattato sull’Unione Europea). E il risultato netto di questa querelle è il ritardo con cui disporremo dei fondi. Quanto all’Italia i piani del Governo sono “secretati” a Palazzo Chigi, forse per il timore di un “assalto alla diligenza”. Il risultato, però, è che manca un vero dibattito. L’Unione Europea chiede di concentrare le risorse su pochi progetti ad elevato moltiplicatore. Ne abbiamo bisogno, perché il saldo biennale, tra crollo del 2020 e parziale ripresa nel 2021, è il peggiore tra tutti i paesi europei (-5.9%)".

Quali devono essere le priorità italiane nel piano di investimenti da implementare proprio attraverso alla quota di recovery fund destinata al nostro Paese (per l’Italia la quota complessiva è di 209 miliardi di euro: 81,4 miliardi in sussidi e 127,4 in prestiti)?
"Il piano si chiama Next generation EU e, se vogliamo davvero 'pensare alle prossime generazioni' (il nome del piano evoca una celebre frase di De Gasperi, uno dei padri fondatori dell’Europa), non possiamo che mettere al centro beni pubblici come ambiente, istruzione, connettività, mobilità, sanità. Il piano europeo prevede sia prestiti sia trasferimenti a fondo perduto. Ma da una lettura attenta della Nadef (la Nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza, ndr) si evince che il moltiplicatore della spesa per i trasferimenti è basso (forse non si prevede di spendere dove l’impatto è maggiore, cioè nel capitale materiale e immateriale?), mentre parte dei prestiti non andranno a finanziare nuovi progetti ma a sostituire il finanziamento in deficit di spese già previste. La politica deve allungare gli orizzonti mentali e temporali. Deve avere più coraggio". 

Tra lavoro e scuola abbiamo scoperto che siamo profondamente indietro sul piano della digitalizzazione del Paese. 
«Dopo anni di sostanziale stagnazione degli investimenti nelle reti di telecomunicazione fisse (ma il problema degli investimenti è un problema più ampio e complesso), il Paese è precipitato, da posizioni di eccellenza a posizioni di forte ritardo digitale. Ma alcune cose sono avvenute. Nel 2016, l’ingresso sul mercato di Open Fiber ha invertito la tendenza, in particolare nel segmento della connettività FTTH (Fiber To The Home, l’infrastruttura interamente in fibra ottica che arriva direttamente all’interno delle abitazioni, ndr). La competizione ha anche 'risvegliato' in certa misura l’ex incumbent. Secondo l’Indice del Rapporto annuale sulla digitalizzazione dell’economia e della società della Commissione Europea, l’Italia si trova al posto 17 su 27 per connettività. La copertura FTTH è sotto la media europea, ma è in costante aumento. E i consumatori pagano prezzi inferiori alla media europea". 

In questo contesto, la rete unica può rappresenta, davvero, la strada obbligata?
"Che il problema, cioè il ritardo tecnologico, specie in alcune aree, è reale e la pandemia lo ha reso più acuto, ma che, allo stesso tempo, la ricerca delle soluzioni deve evitare di fare “pasticci”. Abbiamo assistito negli ultimi anni a innumerevoli stop and go. Ancora di recente c’era chi pensava di colmare il ritardo con la FTTC (la fibra che si ferma agli armadietti in strada, n.d.r.) e con il rame. La partita è in corso ma, a differenza di quanto traspare, gli esiti non sono affatto scontati. E non è un male che non lo siano. Ravviso due nodi. Il primo nodo è di carattere regolatorio e riguarda l’indipendenza e la neutralità della rete; vi è un punto fermo per la Commissione europea: l’operatore deve essere 'puro', non verticalmente integrato. Il secondo riguarda gli investimenti, che devono essere fatti, non solo promessi. E sono stati fatti solo quando il mercato ha assunto un assetto competitivo". 

Un Paese più digitalizzato potrebbe portare investitori italiani a scommettere di più sull'Italia? In quali settori?
"Non vi è alcun dubbio. La digitalizzazione è decisiva per la competitività di un Paese. Potrà attirare maggiori investimenti. Pensiamo alle infrastrutture: sappiamo che vi è un gap di risorse tra gli investimenti già pianificati e quelli necessari per il periodo 2020-2040. Parliamo di energia, di trasporti, ma anche di sociale. Strade, treni, ma anche assistenza agli anziani. Però mi lasci aggiungere che la capacità di attrarre investimenti dipende anche da condizioni di contesto, come burocrazia e giustizia. E dalla credibilità della politica".