I leader europei tornano a riunirsi oggi e domani a Bruxelles dopo la pandemia che li ha tenuti lontani da febbraio, ma la vicinanza fisica non riduce la distanza che ancora li separa sulla strategia per la ripresa dalla crisi post-Covid. "Siamo al rush finale, affiliamo le armi, è l’ora di decidere", scherza il premier Giuseppe Conte prima di incontrare ieri sera Emmanuel Macron descrivendo praticamente alla lettera l’umore dei suoi 27 colleghi: l’Olanda e i frugali...

I leader europei tornano a riunirsi oggi e domani a Bruxelles dopo la pandemia che li ha tenuti lontani da febbraio, ma la vicinanza fisica non riduce la distanza che ancora li separa sulla strategia per la ripresa dalla crisi post-Covid. "Siamo al rush finale, affiliamo le armi, è l’ora di decidere", scherza il premier Giuseppe Conte prima di incontrare ieri sera Emmanuel Macron descrivendo praticamente alla lettera l’umore dei suoi 27 colleghi: l’Olanda e i frugali irremovibili sulla riduzione dei 750 miliardi del Recovery fund, il Sud determinato a difenderli, i Visegrad ad accaparrarsene una fetta maggiore. Come se non fosse già complicata la battaglia sulle cifre, a togliere speranze alla possibilità di un rapido accordo se ne aggiungono almeno altre due: quella sulla cosiddetta “governance“ cioè chi approverà i piani di rilancio preparati dai Paesi, e quella sulla condizionalità legata allo stato di diritto, cioè i fondi li avrà solo chi rispetta leggi e valori europei.

Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, che tornerà a fare gli onori di casa e guiderà la riunione che ha un orario d’inizio ma non quello di fine, ha proposto di mantenere intatti i 500 miliardi di sovvenzioni e i 250 di prestiti proposti dalla Commissione. L’Italia, con Spagna, Portogallo, Francia e altri, difenderà le cifre il più possibile, soprattutto quelle dei trasferimenti a fondo perduto. L’obiettivo per Roma è portare a casa quasi per intero quegli 81,8 miliardi di sussidi che le ha assegnato la von der Leyen, e se durante il negoziato fosse costretta a cedere qualcosa, certamente cederebbe sul fronte di alcuni singoli programmi ma non sulla parte riservata ai piani di rilancio, cioè la Recovery and resilience Facility. Nemici su questo fronte sono i frugali, cioè Olanda, Danimarca, Svezia e Austria, che vogliono vedere ridotta soprattutto quella parte. Ma l’ostacolo maggiore, su cui l’Italia non è disposta a cedere nulla, è quello della governance.

La Commissione aveva proposto di approvare lei stessa i piani di rilancio e gli esborsi delle diverse tranche di sovvenzioni. Michel, accogliendo una proposta tedesca, ha invece spostato l’onere - e quindi il controllo sui piani nazionali - sul Consiglio, che li deve approvare a maggioranza qualificata. Ma l’Olanda chiede l’unanimità: vuole avere possibilità di veto su quelli che considera soldi di tutti.