TECNICAMENTE, si può fare (e in Europa, si fa). Ma l’utilizzo dei combustibili alternativi nei cementifici è dura da ottenere in Italia. Nel ciclo di produzione del cemento è possibile sostituire senza difficoltà i combustibili fossili con combustibili alternativi. «In questo modo – osserva il rapporto di sostenibilità 2018 di Aitec (Associazione Italiana Tecnico Economica del Cemento) l’associazione di categoria che raccoglie i principali produttori italiani di cemento – si genera un triplice vantaggio ambientale: riduzione dell’impatto ambientale di altri processi produttivi, recuperando come combustibile alternativo scarti industriali; riduzione dei rifiuti destinati a processi di trattamento meno efficienti (termovalorizzazione) o alla discarica (che genera emissioni di CO 2 e metano con notevoli effetti climalteranti); taglio delle emissioni di Co2 che si avrebbero avute utilizzando combustibili tradizionali».

Nel 2018, nei cementifici italiani le calorie di origine fossile sostituite ammontano al 19,7% del totale (17,3% nel 2017), corrispondenti a più di 387.000 tonnellate di combustibili alternativi utilizzati. In Italia, però, a differenza del resto d’Europa, esiste una forte opposizione a livello locale all’utilizzo di Combustili Solidi Secondari (CSS) derivanti dai rifiuti.

E COSÌ l’Italia è ancora lontana dalla media europea che si attesta al 46% di sostituzione calorica (con la Germania 66%, l’Austria 79%). Anche grazie al CSS a fronte di un aumento della produzione dell’1.5%, i cementifici italiani sono riusciti a mettere a segno un disaccoppiamento delle emissioni di Co2, che sono scese dell’8,9%. Calo anche più significativo anche delle emissioni specifiche di ossidi di azoto (-3,8%) e delle polveri (-15,4%) rispetto al 2017. In aumento invece rispetto al 2017 le emissioni specifiche di ossidi di zolfo.

Alessandro Farruggia