di Lorenzo Frassoldati

Prosciutti e salumi da metà novembre avranno la carta di identità, meglio di provenienza delle carni. Dovranno essere indicati in maniera leggibile sulle etichette il Paese di nascita degli animali, quello di allevamento e di macellazione. La dicitura "100% italiano" diventa utilizzabile solo quando la carne proviene da suini nati, allevati, macellati e trasformati in Italia. Altrimenti sarà indicato "Origine: UE", "Origine: extra UE", "Origine: Ue e extra UE".

La sperimentazione sarà in vigore fino al 31 dicembre 2021. È l’effetto del decreto interministeriale che rende obbligatoria l’indicazione dell’origine delle carni suine nei prodotti trasformati, firmato dai ministri Bellanova, Patuanelli e Speranza, e che ha avuto il via libera di Bruxelles. "Siamo convinti – commenta il presidente degli allevatori di suini di Confagricoltura, Claudio Canali – che sia questa la strada da seguire per una reale valorizzazione del mercato della carne suinicola nazionale, con effetti positivi sui consumi. E per rilanciare un comparto fortemente penalizzato dalla pandemia". Sei italiani su dieci consumano salumi più volte alla settimana. In particolare sono le donne, più degli uomini, a preferire maggiormente i salumi. Un report Ismea fotografa i consumi di carni suine fresche e salumi : dai 36 ai 38 chili annui pro capite, stabili negli ultimi anni. Gli allevamenti suini in Italia sono circa 25.000, calanti negli ultimi anni, concentrati in Lombardia, Emilia, Veneto e Piemonte. Mentre il numero dei capi (tra 8,5 e 8,6 milioni) è più o meno stabile.

Il tasso di autoapprovvigionamento è molto basso, attorno al 64%. In sostanza importiamo molti più animali vivi e carni fresche di quante ne esportiamo. Qui il saldo della bilancia commerciale (differenza importexport) è fortemente negativo, tra i 400 e i 500 milioni all’anno. La fase agricola del comparto suinicolo vale poco più di 3 miliardi, quella industriale poco più di 8. Il nostro export invece si basa sulle eccellenze della salumeria italiana: il valore della produzione a marchio Dop e Igp sfiora i 7 miliardi, con il prosciutto di Parma Dop a farla da padrone con il 41% del totale, seguito dalla Mortadella di Bologna Igp col 19% e il Prosciutto di San Daniele al 13%. Coi salumi l’export corre. Ha sfiorato 1,6 miliardi con un saldo positivo altissimo (1,3 miliardi) causa irrilevanza dell’import (dati Assica) .

A guidare l’export i prosciutti crudi stagionati (386), mortadelle-wurstel-cotechini-zamponi (22%), salami e salsicce (19%), prosciutti cotti (11%). Durante il lockdown c’è stato il boom dei salumi pre-affettati, che ha permesso di contenere le perdite, non solo nel mercato interno ma anche a livello internazionale. E proprio grazie ai pre-affettati "nel primo trimestre 2020 l’export ha mostrato un risultato inatteso, con una importante crescita in valore (+10,1% per 385,6 milioni di euro)", spiega Nicola Levoni presidente Assica.