di Andrea Telara

La più nota è di sicuro la francese Christine Lagarde (nella foto), presidente della Banca Centrale Europea. È lei la donna che nel sistema finanziario del Vecchio Continente si trova nella posizione di maggior rilievo, occupando il ruolo che fu di Mario Draghi e tenendo in mano le redini della politica monetaria nei paesi dell’euro, Italia compresa. Il fatto che a ricoprire questa carica sia un esponente del gentil sesso, però, non significa che le donne abbiano raggiunto nel settore finanziario la piena parità con gli uomini, per quel che riguarda i ruoli manageriali e dirigenziali. Anzi, nonostante gli indubbi progressi degli ultimi anni, la strada per colmare il gap sembra ancora lunga. A testimoniarlo sono alcune cifre che non lasciano spazio a molte interpretazioni. Innanzitutto, va ricordato che le donne manager sono ancora una minoranza un po’ in tutti i settori, non soltanto nella finanza.

Secondo le rilevazioni di Unioncamere, le lavoratrici che occupano ruoli dirigenziali o di responsabilità nelle imprese italiane sono oggi più di un milione ma non superano il 25% del totale, corrispondente a non più di una persona su quattro. Va detto che le donne in posti di comando nelle aziende sono cresciute del 7,2% rispetto a cinque anni fa, facendo registrare un tasso di incremento doppio rispetto a quello dei colleghi maschi (3,5%).

Nel mondo finanziario, considerato tradizionalmente un terreno battuto per lo più dagli uomini, la presenza femminile è però davvero rara. A testimoniarlo sono i dati di alcune sigle sindacali e delle associazioni di categoria.

Un’indagine effettuata nei mesi scorsi dal Centro studi della Uilca, il sindacato dei lavoratori del credito della Uil, ha messo sotto la lente gli organici di ben 330 banche nazionali e un totale di 660 posizioni dirigenziali. Ebbene, anche se nel settore del credito il numero delle dipendenti donne è ormai quasi equivalente a quello degli uomini (45% contro il 55%), quando si analizzano le posizioni di vertice emerge ancora una netta sproporzione. Sono infatti soltanto 28 su 660, cioè poco più del 4%, le donne in posizioni al top. Nello specifico, nessuna manager occupa la carica di amministratore delegato delle banche tradizionali mentre è donna poco più del 10% dei presidenti. Certo, non mancano alcune eccezioni notevoli. È il caso di Letizia Moratti, che fino a poco fa era presidente di Ubi Banca prima che l’istituto subisse la scalata di Intesa Sanpaolo. Ed è il caso anche di Paola Pietrafesa, oggi alla guida di Allianz Bank Financial Advisors, una banca che fa capo al gruppo assicurativo Allianz e che è un po’ diversa dagli istituti di credito più tradizionali, in quando fonda le proprie strategie commerciali e distributive soprattutto su una estesa rete di consulenti finanziari. A parte queste eccezioni, è indubbio che il mondo bancario resti ancora per lo più un settore al maschile.

Una situazione simile, ma con importanti segnali di cambiamento, c’è anche nell’industria internazionale del risparmio gestito e dei fondi di investimento. Anche qui, per molti anni le donne sono state veramente poche. Ora stanno crescendo, almeno secondo le Citywire’s Alpha Female Report 2020, l’indagine promossa dalla testata finanziaria britannica Citywire. Attualmente la donne che svolgono la professione di gestore dei fondi e di portfoglio manager sono attorno all’11%, quota ancora minoritaria ma più che triplicata rispetto al 3,5% registrato nel 2016. Ciò significa che le portfolio manager donne oggi gestiscono in tutto il mondo un patrimonio di 542 miliardi di euro suddivisi 1.453 fondi d’investimento: cifre notevoli in valore assoluto, ma modeste se rapportate agli oltre 4.600 miliardi gestiti in tutto il mondo dai fund manager uomini.

Vanno un po’ meglio le cose se si esce dal risparmio gestito e si guarda il settore finanziario a livello globale. Secondo la società di consulenza Oliver Wyman, oggi le donne manager nella finanza sono circa il 20% nei comitati esecutivi e il 23% nei board (cioè nei consigli di amministrazione). Si tratta di una minoranza che ha notevoli margini di crescita. Eppure, nonostante questa presenza femminile ancora modesta, ci sono diversi studi e analisi che dimostrano come un numero maggiore di donne in posizioni di vertice corrisponda di solito a una gestione migliore dell’impresa. La multinazionale di consulenza McKinsey ha evidenziato in diversi report come le società con performance maggiori siano spesso anche quelle in grado di integrare e far convivere al meglio tra loro le cosiddette diversity, cioè le differenze e le diversità culturali, razziali e ovviamente anche di sesso all’interno della forza-lavoro.