Giovedì 25 Luglio 2024
MADDALENA DE FRANCHIS
Economia

I miti da sfatare sulla plastica e perché non è completamente riciclabile

Coperchi di contenitori, bicchieri, recipienti, e non solo. Studiosi ed esperti: “Nessuno di questi oggetti sarà mai riciclato”

Raccolta differenziata (iStoskphoto)

Raccolta differenziata (iStoskphoto)

Roma, 14 settembre 2023 – Coperchi di contenitori di fiocchi d'avena, bicchieri dei fast food, recipienti di yogurt, confezioni in pellicole termoretraibili e alcuni tipi di involucri per le spedizioni dei colossi dell’e-commerce. Su ciascuno di questi imballaggi è riportato l’ormai familiare simbolo del riciclaggio, quello con le frecce che si inseguono: eppure, secondo studiosi ed esperti, nessuno di essi sarà mai riciclato. A confermare quanto già sostenuto da svariate associazioni no-profit (basti ricordare, solo qualche mese fa, la campagna #Bastavaschette, lanciata in Italia da Marevivo, in collaborazione con ZeroWaste Italy) arriva ora un approfondito reportage del New York Times, firmato dalla giornalista Susan Shain.

Cosa c’è dietro le etichette di riciclaggio della plastica

La giornalista si è recata in California a intervistare, tra gli altri, l’attivista Jan Dell che, dalla sua casa sulle colline di Orange County, ha dichiarato guerra a quello che lei stessa definisce ‘mito del riciclaggio’: dal 2018, ha prima spinto per un accordo legale che costringe Coca-Cola, Clorox e altri big dell’agroalimentare e dei detergenti a modificare le diciture sul riciclaggio riportate sulle confezioni; poi ha fatto pressione sul governo della California per l’approvazione di una legge più severa sulla veridicità delle etichette di riciclaggio.

A partire dall’autunno del 2025, la normativa proibirà alle aziende di apporre simboli di riciclaggio su imballaggi che non sono, in realtà, totalmente riciclabili. Tra questi potrebbero rientrare i vasetti di yogurt, alcuni tipi di sacchetti per alimenti e contenitori per il cibo da asporto, così come i coperchi per i bicchieri di caffè da asporto (una consuetudine, quest’ultima, assai diffusa negli Stati Uniti e in diversi Paesi europei, meno in Italia). In molte parti del Paese, si legge dunque nell’articolo, solo le bottiglie di plastica con su scritto ‘1’ o ‘2’, come quelle utilizzate per i liquidi (acqua minerale, bibite gassate, latte e detersivi), sono riciclate in modo completo e affidabile. Il resto degli imballaggi, per ora, finisce in larga parte nelle discariche o inquina le acque e le coste del mondo.

Gli imballaggi e le difficoltà di riciclarli

Le Nazioni Unite stimano che, ogni anno, gli esseri umani producano 400 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica. Più di un terzo della plastica mondiale è attualmente usato per produrre imballaggi. I maggiori produttori di beni di consumo hanno garantito che le loro confezioni saranno riciclabili, riutilizzabili o compostabili al 100% entro il 2025. Altri produttori sono, invece, più restii a rinunciare a questo materiale economico, duraturo e versatile, e sostengono che l’attenzione dell’opinione pubblica dovrebbe spostarsi, piuttosto, sulla sensibilizzazione dei consumatori e, perché no, sulla ricerca di metodi in grado di riciclare una maggior varietà di plastiche e imballaggi.

Il simbolo delle frecce che si inseguono e il caso del polipropilene

Il famigerato simbolo delle frecce che si inseguono è proliferato, scrive ancora il NY Times, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, a seguito delle pressioni esercitate con successo dall’industria della plastica, su quasi 40 stati dell’Unione, affinché fosse riportato sulla maggior parte dei contenitori allora in circolazione. In realtà, l’industria stessa sapeva che la maggior parte della plastica non sarebbe stata riciclata.

Nelle intenzioni di chi li ha ‘sdoganati’, i numeri avevano lo scopo esclusivo di aiutare gli operatori della filiera del riciclo a smistare diversi tipi di plastica, ma il simbolo delle frecce circolari è diventato, di fatto, indicatore di riciclabilità per i consumatori. In anni più recenti sono stati messi a punto nuovi tipi di etichettatura. Tra gli altri, How2Recycle, finanziato dalle quote di multinazionali come Walmart, Procter & Gamble e Amazon, ha realizzato etichette utilizzate da più di un terzo del settore dei beni di consumo confezionati. Queste etichette forniscono indicazioni accurate sulla riciclabilità dell’imballaggio e istruzioni su come prepararlo al meglio, ad es., ‘sciacquare il coperchio’.

Malgrado ciò, secondo gli attivisti dell’ambiente come Jan Dell, alcune etichette continuano a essere ingannevoli, poiché inducono le persone a credere che alcune materie plastiche possano essere rigenerate, cosa attualmente impossibile in diversi casi. Uno di questi, argomenta la giornalista, è il polipropilene, un tipo di plastica dura utilizzata in innumerevoli oggetti di uso comune: dai bicchierini monouso per il caffè ai cruscotti per le auto, passando per i contenitori per alimenti fino ai tappi delle bottiglie. Secondo le etichette di How2Recycle, si tratta di un materiale ‘ampiamente riciclabile’. Ma l’Environmental Protection Agency (agenzia governativa indipendente, dedicata ai temi ambientali) stima che, nel 2018, solo il 2,7% dei contenitori in polipropilene sia stato, in realtà, riciclato.

Perché non tutti i materiali plastici possono essere riciclati

A differenza della carta, del vetro o dell’alluminio, la plastica è incredibilmente diversificata dal punto di vista della composizione chimica. Ogni tipo di plastica ha la propria miscela, composta da resine, colori e sostanze chimiche. Un flacone di detersivo per bucato arancione in plastica dura e una bottiglia d’acqua minerale trasparente e comprimibile non potranno mai essere riciclate assieme - prosegue l’articolo, in cui si riportano le opinioni di numerosi studiosi del settore - perché il materiale risultante sarebbe inutile.

E, anche nei casi in cui la plastica può essere riprocessata, si tratta di un procedimento ben più costoso che utilizzare quella ‘vergine’. La plastica nuova, infatti, non richiede ai produttori di avere a che fare con schegge di carta o vetro, residui di sporco, rifiuti alimentari o altri contaminanti. Pertanto, l’industria è assai poco incentivata a smettere di usare plastica vergine a basso costo.

Le possibili soluzioni allo studio in California

Il Dipartimento per il riciclaggio e il recupero risorse della California (CalRecycle) sta ora analizzando quali e quanti materiali sono raccolti dai riciclatori e dove finiscono. Una volta che l’agenzia pubblicherà i risultati (entro il 2024), le aziende avranno 18 mesi per cambiare le loro etichette.

Anche i produttori di imballaggi monouso e di prodotti monouso per la ristorazione, come bicchieri e stoviglie, dovranno fare i conti con gli effetti della nuova legge californiana sulla responsabilità estesa del produttore: avranno tempo fino al 2032 per rendere i loro prodotti riciclabili o compostabili.

L’auspicio delle associazioni ambientaliste e che le aziende si rassegnino a sostituire la plastica con materiali più facilmente riciclabili e meno inquinanti, come la carta. Oltre a citare esempi di aziende virtuose che hanno già adottato packaging in carta – come i colossi Healthy Choice e Starbucks – l’articolo si conclude menzionando i Paesi europei che hanno vietato la vendita di plastica monouso, in particolare nel settore alimentare, come la Francia (nel 2016) e l’Italia (nel 2022).