E se avessero torto entrambi i litiganti, Bruxelles e Roma? Le previsioni economiche, si sa, sono attendibili come quelle astrologiche, e ciascuno può avere (o inventare) argomenti per suffragare stime divergenti. Solo che questa volta rischiano di rivelarsi sbagliate sia quelle contenute nella legge di Bilancio predisposta dal governo italiano e contestata dalla Commissione europea, sia le controstime di Bruxelles, sulla base delle quali ci chiedono di riscrivere la manovra. E sì, perché in entrambi i casi si prefigura comunque una crescita – salvo che balla circa mezzo punto di Pil tra quella ottimistica immaginata da Tria e quella prudente elaborata dalla Ue – mentre il rischio è che di crescita proprio non ce ne sia. L’ultima rilevazione Istat, relativa al terzo trimestre 2018, ci dice infatti che siamo entrati in una fase di stagnazione, e sempre dall’Istat – cioè da un soggetto terzo e imparziale – sappiamo che con buona probabilità gli ultimi tre mesi dell’anno avranno il segno meno davanti.

Ergo, la crescita zero potrebbe diventare decrescita, e spalancare le porte alla recessione. La terza degli anni Duemila, dopo quella del 2008 e la successiva del 2011. E siccome per entrare formalmente in recessione occorrono tre trimestri negativi di seguito, ecco che diversi economisti hanno cominciato a ipotizzare che a giugno prossimo, tra l’altro quasi in coincidenza con le elezioni europee del 26 maggio, saremo di nuovo in piena crisi economica. Inoltre, gli indici Pmi dei direttori agli acquisti sia del settore dei servizi che di quello manifatturiero, sono scesi a ottobre sotto la soglia dei 50 punti (49,2 per l’esattezza), che è considerata la spia rossa che predice l’arrivo nel giro di 7-8 mesi di una recessione. Vero? Impossibile a dirsi con certezza. Ma considerarla un’evenienza possibile e per molti versi probabile, questo sì, è lecito sostenerlo. E sarebbe bene soprattutto temerla, un’eventualità del genere, perché se così davvero stessero le cose, occorrerebbe bloccarla sul nascere. Come? Non certo con l’abbondante e maldestra assistenza e con un po’ di investimenti non ben identificati, che sono contenuti nella manovra. Che è da cambiare per evitare la recessione, non perché ce lo impone l’Europa.

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