Pensioni, sanità, assistenza. Sono prestazioni garantite dalla Costituzione ma, con la vita media che avanza e con una popolazione che diventa sempre più anziana, per il servizio pubblico è sempre più difficile assicurare elevati standard di qualità e coperture generosi.

Per questo il mondo del risparmio gestito e il settore assicurativo guardano da anni con interesse all’offerta di prodotti destinati al welfare privato, cioè a chi vuole crearsi una pensione integrativa degli assegni pubblici dell’Inps o per chi vuole pagarsi le visite mediche e gli esami diagnostici da uno specialista privato, senza affrontare le liste d’attesa del Servizio Sanitario Nazionale. Nell’ambito della previdenza integrativa (o complementare) le società di gestione del risparmio e le compagnie assicurative propongono da anni i fondi pensione e i piani individuali pensionistici. Si tratta, per chi non li conosce ancora, di prodotti finanziari in cui un lavoratore versa periodicamente una parte del proprio reddito, con un piano di risparmio di lungo periodo che può durare anche 30 o 40 anni.

Chi ha un contratto da dipendente può destinare ai fondi pensione il proprio Tfr (trattamento di fine rapporto), cioè la quota di stipendio accantonata tradizionalmente per la liquidazione. I soldi versati vengono investiti sui mercati finanziari e vanno a formare un capitale privato che si accumula nel tempo. Quando il lavoratore raggiunge l’età pensionabile con i requisiti previsti dalla legge, il capitale accumulato con i fondi della previdenza integrativa (più i rendimenti maturati) viene convertito in una rendita di scorta che va a integrare gli assegni pubblici pagati dall’Inps.

Secondo i dati della Covip, l’authority che vigila sul settore della previdenza complementare, gli italiani che hanno aderito ai fondi pensione o ai piani individuali pensionistici sono in totale più di 8,3 milioni e hanno accumulato nel complesso un capitale finanziario superiore a 184 miliardi di euro. Va ricordato che esistono tre categorie di prodotti della previdenza complementare. I primi sono i fondi pensione chiusi (o negoziali) che sono promossi dai sindacati in tandem con le associazioni di categoria e sono riservati ai soli lavoratori dipendenti che vi destinano il proprio Tfr. Poi ci sono i fondi pensioni aperti, creati dalle società di gestione del risparmio (sgr), che sono sottoscrivibili da tutti (lavoratori dipendenti o autonomi o semplici risparmiatori senza occupazione).

Stesso discorso per i piani individuali pensionistici (pip), che sono la terza categoria di prodotti previdenziali esistente e sono vere e proprie polizze create dalle compagnie assicurative. Le stesse imprese assicuratrici sono anche le artefici di un’altra categoria di prodotti destinati a colmare le carenze del welfare pubblico. Stiamo parlando delle polizze contro le malattie, che sono ancora poco conosciute in Italia anche se la loro diffusione tra le famiglie è in aumento. Si tratta di contratti con cui un assicurato si impegna a versare ogni anno una somma di denaro (il premio) e ottiene in cambio dalla compagnia che ha emesso la polizza una serie di coperture e di garanzie: per esempio il rimborso delle spese mediche (seppur a certe condizioni o entro determinati limiti) oppure il pagamento di una diaria in denaro, per ogni giorno di ricovero e convalescenza in ospedale. Ci sono poi alcune polizze malattia che includono una copertura contro gli infortuni, cioè prevedono la liquidazione di un capitale quando l’assicurato subisce un incidente grave, per esempio una frattura o un sinistro invalidante.

Ogni anno, gli italiani destinano alle polizze contro le malattie una somma complessiva di oltre 3 miliardi di euro e la raccolta di questi prodotti è cresciuta a ritmi impetuosi nell’ultimo biennio: +14% nel 2018, +7% circa nei primi sei mesi del 2019 (dati dell’ Ania, l’associazione di categoria delle imprese assicuratrici). Nonostante questo trend, gli italiani sono uno dei popoli meno assicurati in Europa contro le malattie.

I nostri connazionali, infatti, pagano di tasca propria ben il 90% della spesa sanitaria privata, senza ricorrere a coperture assicurative e o a fondi di mutua assistenza come quelli offerti da molte aziende in qualità di benefit per i dipendenti. Diversa è invece la situazione di altri paesi europei. In Germania, per esempio, non più del 55% della spesa sanitaria privata viene pagata direttamente dagli assistiti, il resto con coperture assicurative o mutualistiche. In Francia la percentuale è ancor più bassa, attorno al 40%, mentre in Olanda tocca il 15%.