Manifestazione contro il lavoro precario (Ansa)
Manifestazione contro il lavoro precario (Ansa)

Roma, 13 marzo 2018 - Solo ieri la Banca d’Italia segnalava l’allarme povertà per oltre il 23 per cento delle famiglie nel 2016. Un allarme rilevante, ma ancora niente in confronto al rischio che corrono i millennials: con le attuali tendenze e dinamiche del mercato del lavoro, secondo un ultimo studio Censis-Cooperative («Millennials, lavoro povero e pensioni: quale futuro?») entro il 2050 a rischio indigenza potrebbero essere 5,7 milioni di lavoratori. In pratica potrebbero ritrovarsi con una pensione da fame, largamente inferiore a quella dei loro padri, gli attuali precari, Neet, working poor e coloro che vivono una condizione di «lavoro gabbia». Non si tratta di un inedito o di un fenomeno che scopriamo all’improvviso oggi. Fior di indagini e ricerche da anni segnalano il rischio povertà futura per le generazioni nate tra i Novanta e il primo decennio del Duemila. Eppure, ogni nuovo rapporto finisce per far salire la febbre.

All’origine del problema, come confermano gli analisti del Censis, una serie di fattori e dinamiche attuali e dei due decenni passati: il ritardo nell’ingresso nel mondo del lavoro, la discontinuità contributiva, la debole dinamica retributiva che caratterizza molte attività lavorative, «rappresentano un pericoloso mix di fattori che proietta uno scenario preoccupante sul futuro previdenziale e la tenuta sociale del Paese, dove le condizioni di nuove povertà, determinate da pensioni basse, saranno aggravate, inoltre, dall’impossibilità, per molti lavoratori, di contare sulla previdenza complementare come secondo pilastro pensionistico».

Ma vediamo che cosa significa in concreto questo allarme. Il confronto teorico fra la pensione attuale di un padre e quella prevedibile del proprio figlio – spiegano nello studio - segnala una decisa divaricazione fra l’importo dell’ultima retribuzione netta ottenuta lavorando e della prima rata di pensione netta conseguita una volta entrati in quiescenza. Il sistema previdenziale obbligatorio attuale, infatti, garantisce a un ex dipendente con carriera continuativa, 38 anni di contributi versati e uscita dal lavoro nel 2010 a 65 anni, una pensione pari all’84,3% dell’ultima retribuzione. A un giovane che ha iniziato a lavorare nel 2012 a 29 anni, per il quale si prefigura una carriera continuativa come dipendente, 38 anni di contribuzione e uscita dal lavoro nel 2050 a 67 anni, il rapporto fra pensione futura e ultima retribuzione si dovrebbe fermare al 69,7%, quasi quindici punti percentuali in meno.

E fin qui parliamo comunque di lavoro continuo e a lungo termine. Figuriamoci che cosa succede nelle altre molteplici e diffuse ipotesi. Rischia di andare molto peggio - sottolineano dal Censis - a 5,7 milioni di lavoratori discontinui e precari. Sono oltre 3 milioni i Neet (18-35 anni) che hanno rinunciato a ogni tipo di prospettiva a causa della mancanza di lavoro. A questi si aggiungono 2,7 milioni di lavoratori, tra working poor e occupati impegnati in lavoro gabbia,confinati in attività non qualificate dalle quali, una volta entrati, è difficile uscire e che obbligano a una bassa intensità lavorativa pregiudicando le loro aspettative di reddito e di crescita professionale. Senza contare il problema di adeguatezza del «rendimento economico» del lavoro che espone al rischio della povertà.

Secca la conclusione di Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative: «Queste condizioni hanno attivato una bomba sociale che va disinnescata. Lavoro e povertà sono due emergenze sulle quali chiediamo al futuro governo di impegnarsi con determinazione per un patto intergenerazionale che garantisca ai figli le stesse opportunità dei padri. Non sono temi di questa o di quella parte politica, ma riguardano il bene comune del paese. Sul fronte della povertà il Rei con un primo stanziamento di 2,1 miliardi che arriverà a 2,7 miliardi nel 2020 fornirà delle prime risposte, ma dobbiamo recuperare 3 milioni di Neet e offrire condizioni di lavoro dignitoso ai 2,7 milioni di lavoratori poveri. Rischiamo di perdere un’intera generazione».