Roma, 11 gennaio 2020 - Non è neanche spuntata all’orizzonte, ma già i sindacati e il ministro del Lavoro stanno provvedendo, chi più chi meno, a impallinarla. O, comunque, a minarne il cammino: eppure la cosiddetta quota 102 per il pensionamento anticipato, intesa come somma di 64 anni di età e 38 di contributi, potrebbe prendere realmente il posto di quota 100 alla scadenza dell’attuale meccanismo (dal 2022) o addirittura prima, nel 2021. La soluzione, più volte emersa e poi scomparsa, è sostenuta da un’ampia area di tecnici e politici del Pd e centristi, con Alberto Brambilla, esperto di welfare, leghista di lungo corso ma ormai indipendente, a fare da promotore della soluzione. 

Il che non toglie che, sul tavolo, siano presenti anche altre ipotesi di base: dalla pensione a punti, con requisiti differenti a seconda dell’attività svolta, evocata dal Presidente grillino dell’Inps, Pasquale Tridico, alla flessibilità da 63-64 anni con calcolo contributivo dell’assegno, come ipotizzato dall’economista democratico Tommaso Nannicini. 

Ma vediamo quale è il nodo da sciogliere e quali le ricette in campo per farlo. Quota 100 è stata salvata per l’anno in corso dal diktat grillino, ma Italia Viva e, in parte, il Pd avrebbero voluto cancellarla o sterilizzarla, con argomenti legati ai costi eccessivi e all’iniquità generazionale della misura. Per il 2021 non è detto che l’operazione di stop non riesca. Di certo, al massimo dal primo gennaio 2022, dovrà essere sostituita da altri strumenti sia perché scade sia perché, in assenza di nuove misure, scatterebbe uno scalone di 5 anni (anche con 38 anni di contributi, infatti, bisognerebbe attendere i 67 anni). Dunque, fattori politici e scadenze legislative spingono nella direzione dell’individuazione di strumenti di flessibilità in uscita, possibilmente strutturali. 

Da qui il nuovo cantiere pensioni in via di apertura, costituito da commissioni (sulla gravosità delle mansioni), gruppo di esperti (al Cnel, guidato da Tiziano Treu, con Cesare Damiano e Alberto Brambilla) e tavoli di confronto tra il Ministro Nunzia Catalfo e Cgil, Cisl e Uil. 

I lavori non sono ancora stati aperti formalmente, ma già i sindacati hanno già intimato l’alt: troppo elevato il minimo di 38 anni di contributi, e penalizzante il ricalcolo totale dell’assegno con il metodo contributivo.

Dal ministero del Lavoro si sono subito affrettati a precisare: "È inutile in questa fase dare numeri in libertà", serve il confronto con le parti sociali sulla base dei risultati di una commissione di esperti che "analizzi il quadro formulando proposte sostenibili per la finanza pubblica". 

Certo è che Quota 102 circola da mesi nei dossier di tecnici e politici. La soluzione avrebbe, in particolare, il vantaggio di ridurre sensibilmente i costi della spesa previdenziale, sia perché con due anni in più di età si riducono la platea dei beneficiari e il periodo di erogazione, sia perché il ricalcolo con il metodo contributivo dell’assegno porterebbe a tagli degli importi anche del 15-20%. Secondo Brambilla, l’intervento potrebbe costare 2,5 miliardi l’anno, una cifra molto inferiore a quella di Quota 100 (7-8 miliardi l’anno). Quanto basta per rendere appetibile l’operazione.