Il ministro Giuliano Poletti
Il ministro Giuliano Poletti

Roma, 30 maggio 2016 - Taglio strutturale del costo del lavoro per i contratti stabili e flessibilità previdenziale per i sommersi della riforma Fornero. I due dossier chiave dell’inedito (per il governo Renzi) tavolo governo-sindacati e della manovra d’autunno catalizzano attenzione, ma alimentano anche più di un dubbio. Né le dichiarazioni dei protagonisti della partita, il ministro Giuliano Poletti e il sottosegretario alla Presidenza Tommaso Nannicini, riescono a offrire una bussola per i due nodi cruciali da sciogliere: la previsione o no della copertura figurativa per la sforbiciata sui contributi previdenziali per alleggerire il costo del lavoro; l’alternatività o no tra penalità e rata di rimborso del prestito per chi andrà in pensione in anticipo con le future regole.

E' vero che i dettagli e i numeri si definiranno via via che ci si avvicinerà alla legge di Stabilità. Ma i due aspetti indicati rinviano all’impostazione di base e, dunque, sarebbe opportuno e utile precisarli fin da ora.

Partiamo dal capitolo costo del lavoro. Poletti e Nannicini hanno ripetuto più volte che, al posto di una nuova forma di decontribuzione temporanea ancora più ridotta per i contratti a tempo indeterminato, sarebbe preferibile puntare, per il 2017, sulla riduzione stabile del cuneo contributivo. Si parla di 4-6 punti in meno di contributi. Prima per i nuovi assunti, poi per tutti i lavoratori. L’obiettivo è condivisibile perché il taglio del costo del lavoro è prioritario per la ripresa e per l’occupazione. Ma questo va a vantaggio di tutti se quella contribuzione mancante è comunque coperta figurativamente, come è accaduto per il bonus contributivo in vigore. Se invece non dovesse essere così, è sacrosanto dire quale sarà l’effetto negativo: i giovani, che già avranno pensioni magre, le avranno ancora più misere perché si troveranno a accumulare meno contributi e questo peserà drammaticamente sulle future prestazioni. È evidente chi pagherà il prezzo del taglio.

Diverso il caso della flessibilità in uscita modello Ape. Il cosiddetto Anticipo pensionistico (di tre anni rispetto ai 66 anni e 7 mesi dell’età standard) sarà attuato attraverso una sorta di prestito erogato dalle banche e garantito dalle assicurazioni (per l’ipotesi di premorienza del pensionato in anticipo). Saranno anche previste penalizzazioni (2-3%) in relazione agli anni di anticipo dell’assegno. Il tutto realizzato in maniera differenziata a seconda della condizione del soggetto (già disoccupato, occupato ma in esubero, volontario) e del suo reddito.

Manca da capire un elemento decisivo: la penalità si somma o no al rateo di rimborso del prestito? E, dunque, quale sarà il prezzo dell’anticipo nelle diverse ipotesi considerate. È evidente che più alto sarà il costo per il soggetto, minore sarà l’utilizzo dell’Ape. Fino a ridursi alle situazioni più disperate. Ma se dovesse accadere, ci troveremmo di fronte solo a una finzione di flessibilità. E non sarebbe la prima volta: il caso del Tfr in busta paga sta lì a dimostrazione di come certe misure, fatte male, restino solo sulla carta. Ma si potrebbe citare, più nello specifico, anche il fallimento degli esodi pre-pensione ipotizzati dalla riforma del mercato del lavoro targata ugualmente Fornero: non hanno mai avuto appeal perché per le imprese sarebbero stati un salasso insostenibile.