di Elena Comelli

La parola d’ordine è eliminare la plastica inutile. Proporre alternative pratiche al diluvio di plastica, spesso superflua, scatenato dalla pandemia di Covid-19, è la missione di Sara Wingstrand, manager del programma New Plastics Economy della Ellen MacArthur Foundation, punto di riferimento mondiale per l’economia circolare.

Saremo inondati di prodotti che richiedono centinaia di anni per decadere, uccidono la fauna marina e arrivano alla fine anche sulle nostre tavole?

"L’impennata della domanda è drammatica, ma noi prevediamo che il fenomeno sia solo temporaneo. Alla lunga questa invasione di prodotti inutili non troverà sbocchi".

Quindi non c’è da preoccuparsi?

"Certo che c’è da preoccuparsi. Se continuiamo a gettare nell’ambiente materiali non biodegradabili, a metà del secolo negli oceani ci sarà più plastica che pesci, in termini di peso. Il ’bello’ dell’inquinamento da plastica, però, è che il problema non si può negare, contrariamente alla questione dell’emergenza climatica. Proprio le immagini dei mari e dei fiumi intasati di rifiuti plastici hanno sensibilizzato l’opinione pubblica sull’impatto di questi materiali sull’ambiente e sulla salute".

Resta il fatto che la produzione di plastica fossile continua ad aumentare: da qui al 2050 le stime prevedono che supereremo il miliardo di tonnellate l’anno, dai 350 milioni di tonnellate attuali.

"Molte aziende sono già ben consapevoli del fatto che non possono continuare ad alimentare il problema, ma devono diventare parte della soluzione. Oltre 300 organizzazioni hanno firmato il Global Commitment per un’economia circolare della plastica, fra cui colossi dell’alimentare come Danone, Mars, Unilever, Coca Cola, PepsiCo e altri, che in pratica sono i responsabili del 20% di tutti gli imballaggi diffusi nel mondo".

Che cosa fanno per migliorare la situazione?

"Le soluzioni sono diverse a seconda dei casi. C’è chi investe nella ricerca di nuovi materiali biodegradabili, come Novamont, e chi si accaparra i fornitori di materie prime seconde, acquisendo un riciclatore, come ha fatto Borealis. Altri puntano a utilizzare prevalentemente plastica riciclata nei propri prodotti. In Europa i prodotti di plastica contengono in media solo il 6% di materia riciclata e questa è una delle cause scatenanti dell’inquinamento da plastica, che non trova sbocchi di mercato. Non serve a niente raccogliere tutta questa plastica, se poi nessuno la usa".

A quarant’anni dal lancio del primo sistema di riciclo, solo il 14% degli imballaggi in plastica viene riciclato nel mondo.

"È vero, la situazione è drammatica, anche se in Europa viene gestita un po’ meglio. Qui si raccoglie in media il 40% degli imballaggi in plastica per il riciclo, con punte del 50% in alcuni Paesi particolarmente virtuosi come la Germania, e l’obiettivo della Commissione al 2025 è di arrivare al 55%. Ma le regole di questo tipo non risolvono il problema di fondo e cioè che bisognerebbe usare meno plastica".

Come?

"Cambiando il nostro modo di consumare. Invece di comprare milioni di bottiglie di acqua gasata, possiamo farcela in casa. Pepsi, ad esempio, l’ha capito, tanto da acquisire l’israeliana SodaStream per 3,2 miliardi di dollari. È emblematico il caso di Loop, la piattaforma online che vende prodotti di marchi tradizionali, dai succhi Tropicana alle cioccolate Milka, dai detersivi Ariel alla crema Nivea, in contenitori riutilizzabili e poi li ritira direttamente a casa dei consumatori, così come si faceva un tempo con le bottiglie del latte. Nel periodo del lockdown, quando gli acquisti online sono aumentati, questa piattaforma ha avuto un successo strepitoso, il che significa che sta riempiendo un vuoto".

I consumatori, dunque, stanno cominciando a comportarsi in maniera più responsabile?

"C’è molta più sensibilità per l’argomento. Si moltiplicano i negozi che vendono prodotti sfusi, direttamente nei contenitori che i consumatori si portano da casa. I take away sono sempre più disponibili a utilizzare vaschette portate dai clienti. E tutti i grandi marchi stanno cominciando a vendere i detersivi concentrati oppure il dentifricio solido, che non ha bisogno del tubetto. L’obiettivo è eliminare i consumi di plastica non essenziali e per il resto utilizzare solo polimeri biodegradabili. Così si chiude il cerchio dell’economia circolare".