di Davide Gaeta

L’ulivo e l’olio d’oliva italiano sono un patrimonio culturale prima che economico del nostro Paese che tuttavia stenta a ricevere quel successo, in primis mediatico, che per esempio ha raggiunto il vino. Eppure, con un milione di ettari a uliveto e oltre 400 varietà l’Italia potrebbe ricoprire un ruolo da leader sui mercati nazionali ed internazionali se incrementasse politiche efficaci di promozione verso il consumatore

per promuovere la grande qualità riconosciuta delle nostre produzioni ma spesso non sufficientemente valorizzata. Eppure siamo il secondo Paese esportatore, dopo la Spagna e prima di Portogallo,Tunisia Grecia e Turchia e realizziamo prezzi medi di vendita del 60% superiori ai nostri concorrenti, nonostante la nostra produzione copra solo il 15% di quella mondiale a fronte del 45% di quella spagnola. Circa la metà delle esportazioni di olio di oliva italiano sono concentrate su quattro Paesi; gli Stati Uniti (che rappresentano il 32% del totale dell’export italiano), la Germania (12,8%), il Giappone (8%) e la Francia (7,4%).

Tuttavia, come accade da alcuni anni, la produzione, anche per il l2020, è prevista in calo e si stima un meno 26% rispetto all’anno precedente. Questa contrazione sembra dovuta alla forte diminuzione riscontrata in Puglia, regione che produce quasi la metà dell’olio italiano mentre nelle aree del Centro Nord si prevedono mediamente buone produzioni, ma la loro incidenza sul totale italiano si aggira appena intorno al 20%. Così, paradossalmente, l’offerta nazionale di olio d’oliva risulta ampiamente insufficiente a soddisfare le esigenze interne o di esportazione, subendo la forte concorrenza degli altri oli comunitari ed extracomunitari, spesso venduti a prezzi risibili sui mercati.

davide.gaeta@univr.it